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Da Nord a Sud, storie di informazione violentata

Categoria: Società
Pubblicato Mercoledì, 05 Giugno 2013 19:33
Scritto da Patrick Wild
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Libertà di stampa

 

Oggi l'Informazione, quella con la I maiuscola, rischia di morire inerme.
Rischia di perire sotto la scure della giustizia, invocata da chi può permettersi di impiegare tempo e denaro (di tutti, mica i suoi) per decretare il decesso di chi faticosamente cerca di fare il proprio mestiere: raccontare i fatti.

Nel profondo Sud succede che un'amministrazione comunale, nella persona del primo cittadino Giulia Adamo, faccia recapitare una maxi-querela al quotidiano online www.marsala.it, una richiesta di risarcimento danni per un totale di - udite udite - 50.000 euro. Un'amministrazione comunale si sente lesa, in astratto, dall'esistenza e dall'attività di un quotidiano online. Per chi si occupa di informazione, magari precaria, può ben capire la gravità della vicenda. Capisce benissimo come un fatto del genere porti con sè la pericolossima eventualità di un precedente senza eguali nel nostro Paese. 

 

Scrive Giacomo Di Girolamo, giornalista di marsala.it

 

Il Comune di Marsala ritiene che io sia lesivo per la sua immagine. Non per una cosa che ho scritto, ma per le cose che scrivo.
Il Comune di Marsala si sente danneggiato da me.
Il Comune di Marsala mi chiede i danni.
Il Sindaco di Marsala, Giulia Adamo, mi sta dicendo chiaramente - a nome di tutti - che io non sono cittadino marsalese gradito.
50.000 euro non è una richiesta di risarcimento danni. E’ un cazzotto nei denti. Coscienze meno pelose avrebbero chiesto almeno dieci volte tanto, se davvero ci tengono all’immagine della città che io avrei danneggiato, o si sarebbero tutelate in sede penale, con un processo, delle prove, dei giudici.
50.000 euro è il ticket che si paga ad un tentativo di lobotomia dell’informazione libera a Marsala. Perchè, è evidente, è un richiesta che, se passa, è destinata a gambizzare me, il mio lavoro, la nostra redazione. 
50.000 euro è il prezzo che si paga per scrivere notizie anzichè fare fusa.

 

Spostandoci parecchi km a Nord, ci imbattiamo in una vicenda analoga, iniziata qualche tempo fa. E' la storia di Ester Castano, 22enne precaria dell'informazione. Fin da giovane Ester coltiva la passione del giornalismo d'inchiesta, strozzata tra stage male o affatto retribuiti, muovendosi di giornale in giornale nell'hinterland milanese. La sua è una storia come quella di tanti, troppi giovani cronisti in tutta Italia, sfruttati per un tozzo di pane a causa della loro snaturata passione e voglia di raccontare e informare, costretti ad accettare per sbarcare il lunario o pagarsi le spese universitarie (non parliamo delle grandi firme dei giornali, quelle che si scomodano a chiamata chiedendo un gettone anche solo per un'intervista od un'ospitata). 

 

Ester Castano

 

Quale la colpa di Ester? Ad Ottobre 2012 una maxi-indagine della Procura milanese scoperchia (qualora ci fosse stato ancora il bisogno) nuovamente la rete di relazioni tra politica e cosche della 'ndrangheta in Lombardia. Si parla di corruzione, compra-vendita di voti, attività nella quale le cosche calabresi sono specializzate da lungo tempo, in pianura padana. In carcere finisce l'assessore regionale Domenico Zambetti, ma non è il solo politico ad essere coinvolto. Tra questi compare - in bella compagnia - anche il primo cittadino del paese di Sedriano, nella periferia di Milano. Colpa di Ester è di aver provato a puntare i riflettori su Sedriano, sugli affari e gli uomini attorno al sindaco Alfredo Celeste già diverso tempo prima. C'era qualcosa che non tornava e il fiuto di una giornalista precaria 22enne ha anticipato quello che poi sarebbe emerso con la maxi-inchiesta milanese. 

Nei mesi precedenti Ester ha continuato a ricevere da Alfredo Celeste diffide, amichevoli inviti a scriver d'altro, lasciar perdere quel viziaccio del giornalismo. Tant'è che ad ogni nuovo articolo riceveva, puntuale, la chiamata dei Carabinieri. Un gioco di ruoli che si ripeteva di continuo.

E infine arriva la querela per diffamazione, per gli articoli scritti da Ester assieme al suo direttore Ersilio Mattioni sul settimanale Altomilanese. Nel frattempo a Sedriano arriva perfino la Commissione d'accesso prefettizia, che dal suo insediamento avrà (ormai manca poco) 90 giorni per decidere se sciogliere o meno il Comune per infiltrazione mafiosa.

Oggi chi vuole zittire il giornalista, intimidirlo, ha raffinato i modi. Magari non si disturba sempre a tagliare le gomme della macchina, inviare buste anonime con proiettili in redazione (come quella ricevuta da Ester e la redazione dell'Altomilanese lo scorso dicembre). C'è un'arma molto più sottile, potente, ma soprattutto legale. Si chiama querela ed è utilizzata nella stragrande maggioranza dei casi per ottenere, in sede civile piuttosto che in penale, un risarcimento danni in grado di stroncare qualsiasi attività di informazione seria fatta da bravi giornalisti senza potenti mezzi economici, legali o testate famose. Si minaccia la causa legale anche solo per bloccare l'attività di giornalismo. Difficile trovare vicende di diffamazione a parti invertite, chi frequenta i tribunali lo sa bene. 

Le storie di Giacomo di Girolamo e di Ester Castano rappresentano solo alcuni degli indici di cattivo benessere dell'informazione nel nostro Paese. E non dovrebbe nemmeno meravigliarci, dal momento che le statistiche internazionali ci posizionano solamente al 57esimo posto su 179 per la libertà di stampa. Esattamente dopo Botswana e Niger. Il cattivo stato dell'informazione fotografa il pessimo stato di un Paese che non riesce nemmeno a garantire il libero esercizio di due diritti fondamentali, costituzionalmente tutelati: il diritto di informare e quello di essere informati

Il dubbio sorge spontaneo: solo al ricco spetta il diritto di informare?


Patrick Wild

 

 

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