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Intervista a Antonio Ingroia:"Berlusconi: il più gramsciano dei politici"

  

Antonio Ingroia, leader di Azione Civile

 

Ho incontrato Antonio Ingroia a margine della presentazione del suo ultimo libro “Io so”, chiaro riferimento alla famosa frase di Pasolini “Io so, ma non ho le prove”. Ottima occasione per fargli qualche domanda riguardo lo stato della magistratura, la politica, la trattativa Stato-mafia.

 

 

D: Vorrei iniziare chiedendole come è cambiata, alla luce degli ultimi eventi che l’hanno vista protagonista, la sua idea della magistratura.

R: Noi stiamo ancora vivendo un momento critico, momento critico di tensione sul tema dell'autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Rispetto a questo tema certamente Berlusconi e il berlusconismo hanno rappresentato l'apice di una richiesta di un forte ridimensionamento della magistratura e di un suo assoggettamento al potere politico. Io purtroppo sono convinto che questa  campagna di stampa, e direi pure sub-culturale, abbia fatto molto breccia. Non si è fatto sufficientemente argine all’interno della cultura antagonista a quella di Berlusconi. Intendo dire che alcuni cavalli di battaglia di Berlusconi hanno finito per fare breccia anche nella cultura della sinistra e del centro-sinistra laddove, invece, storicamente c’è sempre stata maggiore resistenza. Perfino dentro la magistratura c’è una sorta di processo di omologazione preoccupante. Il mio caso credo che sia la dimostrazione di quanto dicevo. Bisogna fare un excursus storico, fare un passetto indietro. E allora, senza volermi mettere sullo stesso piano dei grandi della magistratura, ma ad esempio Cesare Terranova, che fu giudice istruttore a Palermo, e che fece antimafia 50 anni fa, ad un certo punto, resosi conto che il suo ruolo nella magistratura era insufficiente e inadeguato perché c’era una magistratura timida che non aveva neanche chiaro cosa bisognava fare nella lotta alla mafia e consapevole dei rapporti mafia-politica, capì che doveva svestire la toga e si candidò in politica come indipendente di sinistra nella lista dell’allora Partito comunista italiano. Fece un’esperienza in parlamento dentro la commissione antimafia. Fu il principale autore di una importante relazione in cui si denunciavano i rapporti tra mafia e politica. Dopodiché, ottenuto il successo di contribuire ad un progresso politico-culturale, chiese ed ottenne di tornare al suo posto in magistratura. Ebbene, nell’Italia di quel tempo, nessuno dei partiti avversi al suo pensò che sarebbe stato un giudice schierato, gli unici che gli fecero la guerra furono i mafiosi che lo uccisero. Bene, se confrontiamo quella vicenda con la mia e con tutte le polemiche che si sono abbattute su di me e che sono venute da ambienti insospettabili della sinistra e della magistratura, mi convinco sempre di più del fatto  che il più gramsciano dei politici attuali è  proprio Silvio Berlusconi che è l’unico che ha attuato con successo il principio dell’egemonia politico-culturale.


D: Forse la sua candidatura è stata vista nei partiti della sinistra un po’ come voler prestare il fianco alle politiche berlusconiane. Essendo Berlusconi colui che ha inventato la personalizzazione della politica, il rischio può essere quello di personalizzare anche la magistratura.

R: Io credo che il tema della personalizzazione abbia a che fare esclusivamente con il mondo della politica. Non per entrare in polemica con quello che sembra essere il leader in pectore del futuro centro-sinistra, ma Renzi, cosa rappresenta aldilà della personalizzazione della politica? Quali sono i contenuti che porta avanti? Non credo che diventerà leader del PD, e magari del centro-sinistra, in base alle sue idee, ma soltanto in base al fatto che è simpatico, che comunica bene e che si presenta bene.
L’altro argomento, che è un argomento serio e che io capisco, e cioè il fatto di poter dare ragione a Berlusconi, che significa? Significa che il centro-sinistra gioca in difesa. Invece bisogna giocare all’attacco.

D: Rimanendo in ambito politico, le recenti elezioni hanno decretato il passaggio da RIvoluzione Civile ad Azione Civile. Cosa prospetta per il futuro del suo movimento?


R: Il futuro di Azione Civile oggi è un futuro di radicamento sul territorio, noi ci stiamo qualificando soprattutto sul terreno della difesa della Costituzione. Riteniamo che l’attuale maggioranza commetta un grave errore nel voler modificare quella che oggi costituisce l’unica ancora di salvezza alla quale ci si può aggrappare per una vera democrazia. Per il resto Azione Civile, a dispetto dell’apparente personalizzazione attorno ad Antonio Ingroia, ha avviato a un processo statutario che avrà un suo approdo a fine novembre con un’assemblea nella quale verrà approvato uno statuto e verrà attuato un processo democratico di elezione sia di tutti i vari referenti territoriali che dei vertici nazionali, presidente compreso.
Quindi un congresso…
È praticamente un congresso (ride, NdR), siccome non siamo un partito non parliamo di congresso, ma di assemblea. La sostanza è però la stessa.

D: Per quanto riguarda invece i suoi vecchi alleati, la Federazione della sinistra, come sono i rapporti dopo l’esperienza delle elezioni 2013?
 
R: Sono grato ai partiti che hanno accompagnato il processo di Rivoluzione Civile perché mi hanno fatto scoprire la politica dei partiti e, proprio per questo, abbiamo deciso di continuare senza. A buon intenditor poche parole.
Fintanto che i partiti si muoveranno in una logica autoreferenziale, degli steccati, noi non andremo da nessuna parte. Credo si debba avviare un processo più ampio di costruzione di  soggettività politiche nuove. Il sogno di Azione Civile, infatti, è di scomparire, nel senso che dobbiamo farci promotori di un progetto nel quale nasca un soggetto politico più ampio, nel quale Azione Civile  possa essere inglobata.

D: Parlando della trattativa stato-mafia, lei è stato  molto duro nei confronti del Presidente Napolitano…

R: L’ho fatto da magistrato lo faccio ancora di più oggi.

D: Quindi cosa crede dovrebbe fare, dimettersi?


R: Io credo che debba dare l’esempio. Ora non voglio mettermi fra i dietrologi, ma siccome si fanno tante dietrologie sulle ragioni della resistenza opposta rispetto all’accertamento della verità col conflitto d’attribuzione e anche con altri passaggi, io credo che sarebbe un gesto da grande uomo dello Stato sgombrare il capo da questi dubbi, per esempio dichiarando ufficialmente di essere pronto a venire davanti alla corte d’assise di Palermo a testimoniare, invece non mi pare che siano questi i presupposti. Alla prima udienze di ripresa del processo il pubblico ministero ha chiesto che Napolitano venisse a essere sentito come testimone, l’avvocatura dello Stato, che rappresenta anche il Capo dello Stato, si è opposta dicendo che quest’ultimo non può comparire dinnanzi ad un tribunale, e questo non è certamente un bel segnale.

D: La “Associazioni tra i familiari delle Vittime della strage di Via dei Georgofili” le ha ritirato la delega per rappresentarli al processo di Palermo riferendosi a “cause di forza maggiore”. Cosa è successo? A cosa fanno riferimento queste cause?

R: Le “cause di forza maggiore” fanno riferimento all’udienza del 10 ottobre e sono legate al fatto che il consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma si è preso qualche giorno in più per la procedura formale di giuramento e, siccome la legge prevede che prima del giuramento non si possa esercitare il ruolo di avvocato, per l’udienza (che all’epoca dell’intervista si doveva ancora svolgere, NdR) non ci sarò. Dopodiché alcuni, anche colleghi nuovi, avvocati che evidentemente non mi amano molto, hanno sollevato dei dubbi riguardo a una mia presunta incompatibilità territoriale dovuta al fatto che una certa interpretazione della legge non mi consentirebbe, prima di un anno, di esercitare le funzioni a Palermo. Per questo motivo, assieme alle famiglie delle vittime, stiamo valutando se non sia il caso, anche per sgombrare il campo dalle solite polemiche che mi accompagnano qualunque cosa faccia, per il momento di rimanere dietro le quinte.

Andrea Maioli

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