Questo sito utilizza dei cookie tecnici e di terze parti. Continuando con la navigazione l'utente accetta il loro utilizzo

Il centro-sinistra e la politica economica nel Governo Letta e dopo il Governo Letta

Categoria: Politica
Pubblicato Venerdì, 05 Luglio 2013 09:35
Scritto da Davide Vittori
Visite: 3685
Нравится

Letta in Europa

Premetto che non sono un economista, quindi mi perdonerete se non sarò troppo tecnico. Recentemente, Enrico Letta ha dichiarato che non vorrà passare alla storia come il premier che ha sfasciato i conti pubblici. Una frase che è passata in sordina tra le polemiche per la sospensione dell’IMU e dell’IVA – le quali polemiche, per la verità,  assomigliano più a un gioco al rialzo del PDL, nel caso ci dovessero problemi con il Governo e si prospettassero nuove elezioni, che a reali proposte di policy.

Ciò che conta, tuttavia, è il maniacale interesse per il rapporto deficit/PIL così come dal Trattato di Maastricht l’abbiamo conosciuto. Le dichiarazioni del Primo Ministro

hanno avuto quindi come scopo la rassicurazione alle istituzioni europee: siamo al Governo con Berlusconi (e quindi piuttosto deboli nei tavoli negoziali a Bruxelles, seppure dai media nazionali traspaia una lettura diversa e al contempo fuorviante), ma ciò non toglie che non saremo vigili, come il Governo Monti, sulla tutela dei conti pubblici. Anzi, siamo in prima linea per ridurre la disoccupazione giovanile L’Europa in fondo avrebbe di che preoccuparsi:da un lato, il debito pubblico con i Governi di centro-destra ha segnato rialzi decisi e spesso incontrollati e dall'altro la disoccupazione giovanile ha superato il 50% in Spagna e Grecia, mentre in Italia, dove il welfare state è stato sempre inclinato verso il lato pensionistico, a fine maggio sfiorava il 40%. Il Governo sembra avere ottenuto entrambi: il Consiglio Europeo ha posto in primo piano la questione "giovani" e dall'altro la Commissione ha permesso un piccolo sforamento congiunturale, si badi e non strutturale, al patto di stabilità. Si tratta, per quest'ultimo punto, di una flessibilità concessa che porterà ad investimenti pari a circa 8 miliardi di euro (a patto che siano cofinanziati dall'Unione). Una doppia vittoria quindi? Non ne sarei così sicuro.

In questa presunta vittoria si nasconde una contraddizione: quella per cui Letta possa apparire allo stesso tempo come il guardiano della spesa e colui che vara misure per il contrasto alla disoccupazione giovanile. I due punti programmatici sono quasi antitetici, non dal punto di vista pratico, ma da quello politico. Le misure d’austerità implementate tanto in Italia, quanto in Grecia e Portogallo sono state misure pro-cicliche, ergo recessive nel passato quinquennio e le riforme strutturali, lungi dal rassicurare i mercati, hanno esasperato la crisi economica, dato che nessuna di esse era nata per stimolare la domanda. Oliver Blanchard del FMI ha riconosciuto (e anche Kenneth Rogoff sembra averlo intuito, per lo meno da lontano) che una politica di stretto controllo della spesa  e incapace di guardare oltre il dato macroeconomico non riesce a garantire la ripresa (oltre, a mio avviso, a minacciare seriamente la stabilità sociale dei paesi “periferici”).  La linea ortodossa del deficit al 3% si sta sgretolando sotto gli occhi dei teorici, eppure per la Commissione Europea rimangono intangibili. 

 

Questa Letta volutamente lo ignora; e ignora che da vent’anni quel rapporto deficit/pil al tre per cento non è stato mai sanzionato tanto dai mercati  – come una vasta letteratura dimostra  – quanto dalla Commissione (le cui procedure d’infrazione sono sempre  cadute nel vuoto). Così come l’Italia sembra accettare passivamente sullo scenario europeo la vulgata secondo la quale la periferia ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e debba espiare, calvinisticamente, la propria colpa attraverso misure draconiane. Sarebbe da ricordare in Europa quali siano state le politiche di controllo salariale degli ultimi decenni in Germania: disancorate alla produttività e volte a creare surplus commerciali grazie alle esportazioni, queste riforme necessitano tutt’ora di una controparte; questo perché se l’export fonda la politica economica di un paese c’è bisogno di chi si assume il “carico” dell’import, onere che gli Stati Uniti presero su di sé durante la fase di Bretton Woods e che la Germania aveva pensato potesse essere il mercato periferico europeo.


 

E i mercati della periferia europea erano perfetti per la Germania: le Mercedes comprate dai Greci non erano, quindi, una semplice civetteria ellenica, ma anche una scelta tedesca. Quando, però, i mercati della periferia hanno cominciato a crollare l’unica cosa da chiedere alla Germania era di godersi il proprio surplus e iniziare ad importare stimolando la domanda europea; l’egemone riluttante, secondo la definizione dell’Economist, semplicemente ha negato il problema, continuando ad insistere sulla necessità di politiche restrittive, come dimostrano i tassi di interesse al 4,25% della BCE ancora nel 2008 nel pieno della crisi dei mutui sub-prime; un tasso straordinariamente alto e foraggiato dalla Bundesbank, strenuo argine contro ogni disallineamento dalla politica di controllo dei prezzi.

Perciò, quando una coalizione di centro-sinistra tornerà alla guida del paese, prima delle misure a riduzione della disoccupazione, che spesso si risolvono in riforme a basso costo e scarsa lungimiranza, dovrà stabilire quale sarà il framework teorico sui cui baserà le proprie scelte: se dovremo concentrarci sullo stimolo alla domanda sino a che la burrasca non sia passata o se saranno ancora una volta le ricerche disperate degli avanzi primari a guidarci nella crisi. Non è una decisione da poco e non è una decisione solo italiana. Dovrebbe essere presa su scala europea – e da qui l’importanza che i partiti europei ed europeisti dovrebbero ricoprire per stimolare un dibattito non ancorato al solo presente ed entro i propri confini – e dovrebbe segnare la vera alternanza ideale che intercorre tra i partiti conservatori e quelli di ispirazione riformista o socialdemocratica. In questo l’Italia dovrebbe essere leader, memore anche del peso di economisti apprezzati in tutto il mondo e non allineati all’ordoliberalismo tedesco.

Cambiare la cornice di pensiero, d’altronde, non significa mettere in discussione l’Europa; anzi, significa dotarla di uno spazio politico plurale in cui non sia un’ideologia (quella neo od ordoliberale) a dominare, ma siano possibili cambiamenti culturali, economici e soprattutto politici a seconda del risultato delle elezioni. Non può più esistere un’Europa “lineare” in cui un pensiero egemone possa incanalare tutto il policy-making che avviene a livello continentale. Deve poter esistere una discontinuità politica, anche di politica economica, che si fondi sulla volontà degli elettori europei e che possa permettere anche una flessibilità nell’implementazione delle norme previste dai Trattati (qui il discorso da aprire sarebbe troppo lungo e troppo tecnico). Per questo Altiero Spinelli si batté per le elezioni di un Parlamento Europeo che non fosse soltanto uno specchio di decisioni prese a livello di Consiglio Europeo. Altrimenti l’Europa sarà un megafono che i vari governi nazionali utilizzeranno per scopi interni al fine di sbandierare le proprie conquiste o per cercare una legittimità nazionale, che le elezioni legislative non hanno garantito. Proprio come accade per il Governo Letta e per le sue insite contraddizioni.

Davide Vittori

Comments:

Download SocComments v1.3