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Pio La Torre - L'occupazione della terra

L’occupazione delle terre

Il progetto prevedeva che i contadini di dodici paesi (Corleone, Campofiorito, Contessa Entellina, Valledolmo, Castellana Sicula, Polizzi, alcune borgate di Petralia Soprana e di Petralia Sottana, Alia, S. Giuseppe Iato, S. Cipirello, Piana degli Albanesi) confluissero a Corleone da dove, la mattina di domenica 13 novembre 1949, sarebbero partiti una serie di cortei che avrebbero occupato e preso possesso di tutte le terre censite come incolte e mal coltivate. Partecipano quasi seimila persone che all’alba della domenica partono da Corleone e si dirigono verso i feudi da occupare, tra questi anche quello in cui Luciano Liggio era gabellotto, il feudo Strasatto. Dopo la strage di Melissa la polizia aveva qualche remora ad intervenire duramente, così l’occupazione continuò per molti giorni, sviluppandosi anche nei comuni fuori Palermo.
Il governo, viste le dimensioni che la rivolta aveva assunto, decise allora di tentare la via della repressione arrestando alcuni dirigenti sindacali e braccianti agricoli e scatenando scontri, il più grave dei quali, a S. Cipirello, portò in carcere diciotto persone. L’occupazione comunque ebbe successo e quasi tremila ettari di terreno vennero coltivati a grano.
La “pausa invernale” dovuta all’attesa dei frutti della semina servì a La Torre e al partito per organizzare le lotte primaverili, quando si sarebbe dovuto lottare per conservare il diritto di raccolta sugli ettari seminati in autunno e rivendicati dai proprietari agrari.
La data fissata per la ripresa della lotta è il 6 marzo 1950.
L’obiettivo era quello di far ottenere alle cooperative dei contadini l’assegnazione dei tremila ettari occupati e non come aveva proposto l’allora prefetto di Palermo, Angelo Vicari, di affidare ai contadini altri tremila ettari di terreno, scelti dai proprietari, mentre quelli occupati, compresi il loro raccolto, sarebbero stati restituiti ai proprietari terrieri.

L’arresto a Bisacquino

Il 10 marzo 1950 il movimento dei contadini è a Bisacquino dove si prevedeva di occupare i quasi duemila ettari di terreno del feudo Santa Maria del Bosco. Pio La Torre è alla testa del corteo, lungo quasi cinque chilometri e formato da circa seimila persone. Arrivati sul feudo si procedette all’assegnazione di un ettaro di terreno a testa fissando i limiti di divisione. Sul calar della sera, quando i contadini stanno percorrendo la strada che li riporterà alle loro case, vengono circondati dalle forze di polizie inviate dal prefetto Vicari.
La Torre cerca di convincere il commissario Panico, a capo degli agenti di desistere dalla repressione, ma questi ordina di strappare ogni bandiera e vessillo dalle mani dei contadini, ne nasce una sassaiola e a quel punto il commissario Panico ordina di sparare: molti braccianti sono colpiti. La Torre, che in un primo momento era rimasto tra i poliziotti, si sposta in mezzo ai contadini cercando di dissuaderli dal reagire con lanci di sassi agli spari dei poliziotti.
La battaglia continua fino a sera quando, insieme ad altre centinaia di contadini, anche La Torre viene arrestato. È Accusato, ingiustamente, dal tenente Caserta di averlo colpito con un bastone. La Torre viene ammanettato e condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo dove, all’alba dell’11 marzo, viene incarcerato.

La detenzione

Pio La Torre rimane in carcere per circa un anno e mezzo: dall’11 marzo 1950 al 23 agosto 1951. Fu un periodo molto duro, al normale disagio di una persona incarcerata e consapevole della propria innocenza, si aggiungevano le difficili condizioni di detenzione, in cella d’isolamento per alcune settimane in attesa dell’interrogatorio. Il primo colloquio con la moglie, in attesa del primo figlio della coppia, Filippo, che sarebbe nato il 9 novembre, fu concesso dopo qualche mese e solo grazie alle pressioni della famiglia Zacco sul sostituto procuratore generale Pietro Scaglione.
Non che le condizioni nelle quali si svolgevano i colloqui fossero migliori della detenzione, i parenti e i detenuti sporgevano la testa da una porta di ferro con dei buchi, l’una di fronte all’altra e divise da un corridoio nel quale sostava un agente di custodia. La possibilità di un contatto fisico era dunque negata a causa del “carattere politico” del reato per cui La Torre era imprigionato. Durante la detenzione lesse le opere di Gramsci, alcuni scritti di Lenin e Labriola.
Era comunque molto difficile riuscire a procurarsi questi libri, fondamentale fu dunque l’aiuto di alcune guardie carcerarie. Il processo, che si svolse nel vecchio salone del tribunale di Piazza Marina a Palazzo Steri, si protrasse per dieci udienze, mettendo in luce le ingiuste accuse formulate dal tenente Caserta contro La Torre che fu così, il 23 agosto 1951 scarcerato.

Gli affetti familiari

Durante la detenzione gli giunse la notizia della morte della madre, colpita da un tumore all’utero. Da tempo, dal 1948, aveva ormai lasciato la famiglia, da quando il padre, preoccupato dalle minacce dei mafiosi, arrivati a minacciarlo bruciando le porte della stalla, aveva invitato Pio La Torre a scegliere tra il proseguire la sua battaglia lasciando Altarello o il restare con la famiglia. Erano passati pochi giorni da quando, tra il marzo e l’aprile del 1948, alla vigilia delle elezioni politiche, erano stati uccisi vari segretari di Camere del Lavoro, Placido Rizzotto a Corleone, Calogero Cangelosi a Camporeale, Epifanio Leonardo Li Puma a Petralia.
La Torre sceglie la via dell’impegno politico e si trasferisce a Palermo, ospitato dal segretario della federazione comunista di Palermo Pancrazio De Pasquale che insieme al segretario della Fgci, Emilio Arata, aveva un piccolo appartamento nei pressi della stazione.
Anche la nascita del primo figlio fu vissuta dal carcere, e il primo contatto con il primogenito fu nel cortile dell’Ucciardone, dove una guardia carceraria portò il bambino, di pochi giorni, avvolto in un sacchetto, mentre la moglie Giuseppina, era rimasta ad aspettare negli uffici del carcere. Dalla coppia sarebbe nato nel giugno del 1956 un altro figlio, Franco.

Il ritorno all’azione

Uscito dal carcere trova un Movimento che era riuscito ad ottenere una legge di riforma agraria con la legge Sila a maggio e la legge regionale siciliana del dicembre del 1950, ma che complessivamente sentiva di aver fallito la propria missione, con solo pochi contadini che erano riusciti a raccogliere il grano seminato. La dura repressione aveva messo a dura prova tanto loro quanto il partito.
Nel 1952 assume la carica di dirigente alla Camera confederale del lavoro e fu organizzatore di una massiccia raccolta di firme per la campagna universale a favore dell’appello di Stoccolma, lanciato dal movimento internazionale per la pace, che chiedeva la messa al bando delle armi atomiche.
Nello stesso anno fu eletto per la prima volta al Consiglio comunale di Palermo dove resterà fino al 1966. In questo periodo diventa segretario regionale della Cgil, nel 1959 e del PCI siciliano (1962-1967). Viene eletto nel 1963 per la prima delle due legislature in cui resterà in carica, all’Assemblea regionale siciliana. Nel 1969 viene chiamato a Roma dal partito alla Direzione centrale del PCI dove ricopre l’incarico di vice responsabile della Sezione agraria e della Sezione Meridionale.
Nel 1972 viene eletto al Parlamento dove resterà per tre legislature, facendo parte delle Commissioni Bilancio e programmazione Agricoltura e Foreste, della commissione parlamentare per l'esercizio dei poteri di controllo sulla programmazione e sull'attuazione degli interventi ordinari e straordinari nel Mezzogiorno ma soprattutto della commissione Antimafia.

La lotta alla mafia

Appena eletto in parlamento, nel maggio del 1972, entra a far parte della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. La commissione era stata istituita nel 1962, durante la prima guerra di mafia e pubblicò il suo rapporto finale nel 1976. La Torre, insieme al giudice Cesare Terranova, redasse, e sottoscrisse come primo firmatario, la relazione di minoranza che metteva in luce i legami tra la mafia e importanti uomini politici, in particolare della Democrazia Cristiana. Alla relazione aggiunge la proposta di legge “Disposizioni contro la mafia” tesa a integrare la legge 575/1965 e a introdurre un nuovo articolo nel codice penale: il 416 bis.
Una proposta che segna una svolta radicale nella lotta contro la criminalità mafiosa. Fino ad allora infatti il fenomeno mafioso non era riconosciuto come passibile di condanna penale. La proposta di legge La Torre prevedeva l’introduzione nel diritto penale di un nuovo articolo, il 416 bis, che introduce il reato di associazione mafiosa punibile con una pena da tre a sei anni per i membri, pena che saliva da quattro a dieci nel caso di gruppo armato. Stabiliva la decadenza per gli arrestati della possibilità di ricoprire incarichi civili e soprattutto l’obbligatoria confisca dei beni direttamente riconducibili alle attività criminali perpetrate dagli 
arrestati.
Pio La Torre ha una grande conoscenza del fenomeno mafioso e del suo sistema di potere. È conscio delle sue trasformazioni, dalla mafia agricola e del latifondo, combattuta negli anni dell’adolescenza, alla mafia urbana e dell’edilizia che, grazie ad appalti pilotati, perpetrò, grazie alle connivenze con le dirigenze politiche locali, il cosiddetto “Sacco di Palermo”, fino alla mafia imprenditrice dedita al traffico internazionale di droga con agganci nell’alta finanza.
Non ha paura di fare chiaramente i nomi e i cognomi dei conniventi politici, famosi i suoi giudizi su Vito Ciancimino, assessore ai lavori pubblici del comune di Palermo dal 1959 al 1964 e poi sindaco del capoluogo siciliano fino al 1975. Dalla sua analisi del rapporto tra il sistema di potere mafioso e pezzi dello Stato emerge la sua convinzione che “[la] compenetrazione è avvenuta storicamente come risultato di un incontro che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti (mafia e potere politico)…La mafia è quindi un fenomeno di classi dirigenti”.
Nel 1981 Pio La Torre decide di tornare in Sicilia, in un momento storico in cui la strategia mafiosa di intimidazione dei rappresentanti più impegnati nell’azione di contrasto da parte dello Stato contro la mafia, era al massimo fulgore. Negli anni precedenti erano stati uccisi illustri rappresentanti dello stato come il giudice Cesare Terranova (il 25 settembre 1979), il procuratore della repubblica Gaetano Costa (6 agosto 1980) e il presidente della regione Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980). Proprio lui decide di assumere l’incarico di segretario regionale del PCI, carica che assume nell’autunno del 1981 sostituendo Gianni Parisi.
Immediatamente, al ritorno in Sicilia, intraprende la sua ultima battaglia, quella contro l’istallazione dei missili nato nella base militare di Comiso.

L’ultima battaglia

Il governo italiano aveva annunciato il 7 agosto del 1981 l’accordo con la Nato per l’installazione degli euromissili nucleari Cruise nella base militare di Comiso in provincia di Ragusa. Siamo in piena guerra fredda. La Torre da forza e organizzazione ad un movimento crescente di protesta contro l’istallazione vista come minaccia alla sicurezza, non solo siciliana, e non come possibile fonte di ritorno economico. Il clima di tensione tra gli Stati Uniti e la Russia comportava l’adozione di un atteggiamento prudente e di trattativa che, non per questo, rendeva meno convinte le richieste da parte dei protestanti.
La Torre lanciò dal Circolo della Stampa di Palermo una petizione nell’ambito di un convegno a cui parteciparono esponenti di ogni orientamento politico, culturale e religioso. L’obiettivo era raccogliere un milione di firme. La prima grande manifestazione fu fissata per l’11 ottobre 1981, a Comiso, con un gran numero di partecipanti provenienti, in marcia, da Palermo.
Il successo della protesta fu enorme e la raccolta di firme straordinaria. Lo stesso La Torre spiegò in un articolo postumo pubblicato su “Rinascita” del 14 maggio 1982 che le ragioni della contrarietà ai missili era basata sulla assoluta contrarietà alla “trasformazione della Sicilia in un avamposto di guerra in un mare Mediterraneo già profondamente segnato da pericolose tensioni e conflitti. Noi dobbiamo rifiutare questo destino e contrapporvi l’obiettivo di fare del Mediterraneo un mare di pace”.
I suoi propositi furono bruscamente interrotti una mattina di aprile del 1982.

L’assassinio

Il 30 aprile del 1982, alle nove del mattino Pio La Torre, insieme a Rosario Di Salvo, sta raggiungendo in auto, una Fiat 132, la sede del partito. In via Turba, di fronte la caserma Sole, si affiancano alla macchina due moto di grossa cilindrata: alcuni uomini mascherati con il casco e armati di pistole e mitragliette sparano decine di colpi contro i due. La Torre muore all’istante mentre Di Salvo ha il tempo di estrarre la pistola e sparare alcuni colpi in un estremo tentativo di difesa.
Il 12 gennaio 2007 la Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha emesso l’ultima di una serie di sentenze che ha portato a individuare in Giuseppe Lucchese, Nino Madonna, Salvatore Cucuzza, e Pino Greco, gli autori materiali dell’omicidio. Dalle rivelazioni di Cucuzza, diventato collaboratore di giustizia, è stato possibile ricostruire il quadro dei mandanti dell’eccidio, identificati nei boss Salvatore Riina, Bernardo Provenzano,Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.
Il quadro delle sentenze ha permesso di individuare nell’impegno antimafia di Pio La Torre la causa determinante della condanna a morte inflitta dalla mafia del politico siciliano.

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