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Cartolina da Corleone

  

Corleone

 

“Da Corleone non te ne vai senza averle lasciato una parte di te” mi avevano detto.  
Prima di partire la cerco sulla carta geografica e la osservo a lungo chiedendomi che cos’abbia di tanto affascinante un puntolino che a vederlo indicato lì sopra sembra lontano da tutto, chiedendomi perché chi ci è già stato ne parla con tanta nostalgia. Mi chiedo se due settimane nella campagna siciliana siano sufficienti a farmene innamorare.

Atterriamo a Punta Raisi: vedere quelle scogliere alla mia sinistra che sovrastano piccole spiagge deserte, sorvolare a bassa quota l’isola delle femmine, e il blu di quel mare sotto di me che fino all’ultimo istante non lascia spazio alla pista mi regalano subito un sorriso. Ma questa è la Sicilia che conoscerà la famiglia davanti a me, con le ragazze che non vedono l’ora di rilassarsi al sole, mangiare una granita e tuffarsi in acqua. Loro si fermano qui, noi proseguiamo.

Con l’autobus ci lasciamo la costa alle spalle, ci arrampichiamo sulle colline siciliane e attraversiamo paesini dai nomi strani che, a giudicare dalle luminarie, si preparano a far festa. Poi, finalmente, la nostra fermata: scendiamo in “villa” e siamo a Corleone.

A Corleone il tempo scorre in un modo tutto suo. Me lo ha fatto capire il mio ragazzo quando, scherzando, mi ha detto: “Due settimane a Corleone valgono come due anni in Italia” e ne ho avuto conferma quando mi è stato detto “mi sembra di conoscerti da sei anni” mentre erano solo sei giorni.
Un giorno incontro persone sconosciute e il giorno dopo mi ritrovo con loro a scherzare, a confidarmi, a scambiarci sguardi complici, a parlare di me e ad ascoltarle come se le conoscessi da sempre.
I paesaggi che al mio arrivo mi sembravano nuovi in poco tempo li sento familiari, come i nomi delle località vicine.

Ad ogni viaggio sul pullmino mi riempio gli occhi di tutte le tonalità del giallo e del bruno, le sterpaglie riarse dal sole e quelle bruciate dal fuoco, mentre il poco verde che salta agli occhi è quello degli eucalipti, delle viti e dei filari di pomodori.
Il suono sferragliante dei furgoni diventa ipnotico quando di prima mattina tutti sono troppo assonnati per parlare, ma dopo il lavoro o durante le uscite pomeridiane viene sovrastato dalle voci che si uniscono a cantare De andrè, Guccini, l’immancabile Bella Ciao...anche se ancora rimane da chiarire un dubbio di molti: come siano finiti gli 883 in questo repertorio.
Ho capito che il tempo scorre piano a Corleone, perché vivo e assaporo ogni singolo istante di quelle due settimane.

A Corleone riscopro l’energia, la determinazione.
Non importa quanto ho faticato sui campi, non importa se mi fanno male la schiena e le gambe, che sono troppo abituate a stare sotto una scrivania per mesi, mentre preparo gli esami. Mi sento carica, rigenerata, la sera ho voglia di uscire, ho voglia di correre. E allora la stessa salita che al mio arrivo ho affrontato arrancando per arrivare a casa Caponnetto, e che mi sembrava infinita, questa volta la faccio di corsa, perché mi va, qualcun altro mi accompagna.
L’energia che riscopro è anche quella che ha permesso alle persone che incontro di lavorare a testa alta e di opporsi con coraggio a ogni intimidazione. E’ l’energia dei sopravvissuti alla strage di Portella della Ginestra, che ti guardano negli occhi e quello che ti dicono non lo puoi più scordare. Ho i brividi a Portella, e non per il vento incessante, ma per la fermezza con cui, guardandoci, ci fanno capire che hanno fiducia in noi, nella nuova generazione, a cui generosamente lasciano i frutti delle loro lunghe battaglie.

A Corleone ci sono cinque bicchieri vuoti e una bottiglia di Amaro (quello con la A maiuscola).
Le valigie sono pronte, c’è chi suona la chitarra e chi ancora riesce a cantare. Io ci provo, ma ho un nodo in gola. Qualcuno mi riempie il bicchiere, brindiamo.
Affronto la discesa che mi porta lontano da casa Caponnetto svogliatamente, con gli occhi bagnati, ripromettendomi  di fare quella salita di nuovo tutta di corsa, quando tornerò.
Sull’aereo chiudo gli occhi, e immagino ancora una volta i tramonti su Malvello, la campagna deserta, le sere passate tutti insieme in villa, e soprattutto lo scorcio di Corleone che mi ha fatto innamorare: venendo da Pietralunga, sulla SP4, superato l’incrocio per Borgo Schirò ti si presenta tutta Corleone incoronata dalla roccia delle montagne che la abbracciano. Di ritorno dai campi, quando Corleone la vedi così, è impossibile non sentirsi a casa.

Sara Mancini

 

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