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Vallefuoco al processo Vulcano: "Non erano minacce, solo modi di dire napoletani"

 

Francesco Vallefuoco

 

Era stata annunciata da un paio di udienze, la deposizione di Francesco “Franco” Vallefuoco al processo “Vulcano”, tutt’ora in corso a Rimini.

Si è dovuto tuttavia attendere il pomeriggio per ascoltare la versione di Vallefuoco. La mattinata è stata “occupata” da un’udienza del processo “Criminal Minds”, quel filone d’indagine che vede imputati a vario titolo per estorsione e ricettazione l’imprenditore della Karnak Marco Bianchini, l’anconetano Claudio Vitalucci, Bruno Platone ed altri soggetti. Circostanza curiosa, dal momento che entrambe le indagini riguardano affari, relazioni e scontri avvenuti tra la riviera romagnola, San Marino e la Campania negli ultimi otto anni. Non a caso alcuni degli imputati e delle persone coinvolte – Platone, la famiglia Pascarella, i fratelli Luigi – compaiono sia negli atti di Vulcano sia in quelli di Criminal Minds.

Vallefuoco - ora agli arresti domiciliari - ha parlato a lungo, raccontando la sua versione dei fatti, fin dal principio. L’impresa di famiglia, a suo dire nota e competitiva nel settore dell’abbigliamento, sarebbe entrata in crisi a causa dell’ingresso dei cinesi nel mercato. Circostanza che avrebbe spinto Vallefuoco a cercare fortuna nel più redditizio settore del recupero crediti. Ma a San Marino arrivano prima i fratelli, che a metà anni 2000 aprono un panificio, mediante Fincapital. La vicenda del Forno Vallefuoco – della quale si cominciò a parlare già prima degli arresti dell’indagine Vulcano, a causa del pane avariato che veniva distribuito nelle mense sammarinesi – secondo Francesco Vallefuoco sarebbe stato un “grosso fallimento”. “Ricordo che i miei fratelli dormivano addirittura sulla farina. Spesso li trovavo mentre dormivano proprio lì sopra” ha dichiarato l’imputato alla Corte.

Si è poi passato in rassegna la scalata imprenditoriale di Vallefuoco: la conoscenza con Roberto Zavoli, i primi affari assieme e i lavori tra Rimini e San Marino, l’entrata in gioco dell’avvocato-notaio Livio Bacciocchi quale factotum di Fincapital per l’apertura delle nuove società.

Vallefuoco ha continuato, raccontando quindi della nascita delle due agenzie di recupero credito ISES (Italia e San Marino): “Avevo migliaia e migliaia di incarichi, tutti andati a buon fine. Solo un paio di recupero crediti non hanno avuto successo e per questo sono stato denunciato”.

E le minacce, velate ed esplicite a Burgagni e Grassi? Nessuna minaccia, dottò. Voi non siete napoletano, non potete capire: erano solo modi di dire tipici napoletani!”.

Il racconto dell’imputato è poi sceso ulteriormente nello specifico, menzionando il suo rapporto con l’agenzia investigativa riminese Hitchock e il titolare Massimo Cedrini, di cui Vallefuoco e l’ISES si servivano per avere notizia dei propri clienti e per poter acquisire notizie nei loro confronti e rintracciarli. Vallefuoco ha tuttavia negato di conoscere la sorella di Luigino Grassi, Sonia, né di essere a conoscenza dell’esistenza di una società denominata Cartagena srl (ndr: secondo le accuse, la vicenda era relativa all’interessamento, prima da parte di Vallefuoco e, in seguito alla sua estromissione, da parte dei fratelli Luciano di un appartamento sito in Rimini in via Rapallo).

Vallefuoco ha ovviamente fatto la sua parte, consapevole che la “frammentazione” dei vari processi che lo riguardano (assieme alla maggior parte degli imputati) è un indubbio vantaggio per sè. I capi di imputazione per questo primo processo, scaturito dalla prima ordinanza di custodia cautelare di febbraio 2011 – la quale ha anticipato le successive (Vulcano II, Staffa e Titano) portate avanti dalla DDA di Bologna e Napoli – sono effettivamente contenuti e limitati, ai casi di estorsione nei confronti degli imprenditori Luigino Grassi, Michel Burgagni e della sua allora compagna Elena Schegoleva. Ma laddove pubblici ministeri e giudici incontrano il limite dei temi introdotti nel dibattimento, uno sguardo al quadro d’insieme non può che far storcere il naso, alla luce delle giustificazioni fornite dagli imputati e dai propri difensori in questo processo. Sarà per esempio più complicato spiegare circa le decine di estorsioni e minacce contenute nell’ordinanza di dicembre 2012 per 416 bis e altri reati. Si tratterà sempre e solo di usanze spiccatamente napoletane?

Al netto del verdetto che ne darà la Corte presieduta dal Presidente del Collegio, Massimo Di Patria, come già ribadito in precedenza, vero banco di prova per la DDA sarà il c.d. processo “madre” – quello denominato “Vulcano II” – di cui a novembre si terrà a Bologna l’udienza preliminare a carico di circa 50 imputati, tra cui lo stesso Vallefuoco.

Patrick Wild

 

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