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Dossier Mirror pt.1/Riviera Romagnola: una colonia mafiosa, altro che anticorpi

Categoria: Rimini
Pubblicato Lunedì, 28 Aprile 2014 14:46
Scritto da Patrick Wild
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Arresto Mirror

 

Riviera romagnola: una colonia mafiosa, altro che anticorpi!

Un anno fa, una riviera romagnola ancora sotto shock per le ultime novità emerse dall'indagine "TITANO" della DDA di Napoli (di fatto la quarta conclusa dalla magistratura sulle vicende Vallefuoco/Casalesi/Fincapital) riceveva un altro durissimo colpo dalla maxi-operazione da quel momento nota a tutti come "MIRROR": venti arresti e sigilli ai night Lady Godiva e La Perla, tanto per cominciare (ne seguiranno altri). Dalle oltre 400 pagine di Ordinanza di Custodia Cautelare vergate dal Giudice per le Indagini Preliminari Stefania Di Rienzo - su richiesta della Procura di Rimini - non emergeva solo uno sterile ed anonimo elenco di estorsioni occasionali e slegate tra loro, bensì l'esistenza di unvero e proprio sistema criminale, profondamente radicato, che nella riviera romagnola, "territorio notoriamente dotato di attività commerciali, imprenditoriali ed immobiliari del tutto appetibili" aveva piantato con forza le sue radici, alla faccia dei c.d. "anticorpi" sbandierati da inconsapevoli amministratori locali. Un'indagine meticolosa e complessa, quella della Compagnia dei Carabinieri di Rimini (nonostante la Procura sia poi stata "bacchettata" dalla Direzione Nazionale Antimafia nella sua ultima relazione, per le ragioni che si diranno più avanti), che ad un anno di distanza continua a riservare strabilianti aggiornamenti e a prospettare nuovi ed inquietanti scenari.

Tra decine di castelli societari edificati ad hoc (al solo scopo di far perdere le tracce dei reali proprietari), imprese economiche riminesi (e non) predate e svuotate una ad una, prestanome compiacenti, omertà diffusa, racket indiscriminato, i più famosi night-club della Riviera contesi tra gruppi criminali legati alla camorra – da una parte – e usurai – dall'altra – il giudizio impietoso (ma assolutamente veritiero!) espresso dal Giudice per le Indagini Preliminari, prima che un'attenta e precisa analisi della realtà romagnola, suona più come un lamento funebre della Riviera che fu, "...Ciò che emerge- tristemente- è che la Riviera è stata conquistata nella sua interezza, ridotta a colonia. Un successo strepitoso reso possibile, nella cittadina romagnola anche dalle condizioni con cui viene attuata l’occupazione dei locali pubblici ovvero attaverso le intestazioni fittizie e l’imposizione- fisica- di uomini fidati a capo di realtà economiche di tutto rilievo..". Così scrive il GIP nella sua Ordinanza, delineando i contorni di un meccanismo perverso al cui interno si muovono con disinvoltura colletti bianchi e criminali, tutti animati dalla mira dell'impossessamento del sistema economico riminese.

 

 

riviera romagnola mafia

 


Gli anticorpi democratici? Tutte balle. I funerali si sono celebrati nella Sala del Consiglio Comunale, il 27 marzo scorso, quando si sarebbe potuto (e dovuto!) passare dalle parole ai fatti. Si è invece rilevato (ma le aspettative non erano nulla di eccezionale, sia ben chiaro) il festival dell'aria fritta, parole al vento e zero proposte concrete da parte della politica tutta (che questi fatti mai li ha denunciati) – maggioranza ed opposizione – che in quella sede ha dimostrato per l'ennesima volta come la lotta alla mafia decisamente non sia la sua priorità (il consigliere della Lega Nord, se non altro, ha ammesso candidamente di essere un assoluto ignorante sul tema. Siamo a questi livelli).

Infiltrazioni mafiose...dicevamo. Un termine desueto, improprio, che non fotografa in alcun modo la realtà dell'Emilia-Romagna nè sicuramente quella riminese. Lo dice da anni il Giudice Piergiorgio Morosini (cattolichino, che la realtà mafiosa del nord la conosce bene), l'abbiamo ribadito spesso anche noi. Eppure continua ad essere un termine che troviamo (a sproposito) ancora sulla bocca di tanti, troppi. E ancora una volta, a sgombrare il campo da simili illazioni senza la benché minima cognizione di causa, sono le brillanti ed acute osservazioni con le quali il GIP di Rimini Stefania Di Rienzo introduce l'analisi delle vicende narrate nell'indagine MIRROR.

"...ci si accorgerà che dall’infiltrazione siamo passati alla trasformazione mafiosa della Regione e ciò cambia la prospettiva delle responsabilità perché non si può parlare di distrazione ma di connivenza e di convenienza.. Questa è la logica. Proprio come nelle terre di mafia. Se si accetta la presenza della cosca tutto scorre liscio. Ed in una terra fatta di imprenditori volitivi e di indole pragmatica che perseguono il profitto ignorando ogni etica imprenditoriale la collaborazione diventa possibile perché i benefici possono essere di entrambe le parti. (come detto da uno degli indagati: la società è guadagno)"

Aggiungere altro sarebbe superfluo.

 

L'origine dell'indagine/1: il controllo casuale, le armi e la droga

 

Palumbo Giuseppe

 

Una parte (una piccola parte) della lunga e complessa indagine inizia quasi per caso, quando il 16 luglio 2011, nel corso di un ordinario controllo stradale, i Carabinieri di Rimini fermano tale BAIANO Luigi. A bordo lo trovano in possesso di armi e droga e, in seguito ad un successivo controllo presso la sua abitazione, BAIANO viene arrestato e portato ai Casetti. I CC di Rimini sono convinti che BAIANO protegga qualcuno e faccia parte di un giro più grosso. Non si sbagliano. Infatti, dalle intercettazioni all'interno del carcere con i genitori e dall'esame del suo telefono cellulare si scopre immediatamente come BAIANO tenesse frequenti contatti con diversi soggetti coinvolti nello spaccio di droga in Riviera, dal pugliese TERRONE Michele (arrestato a Bellariva) al colombiano LOPEZ Munoz Hugo Alexander (operazione "POLE POSITION" dei Carabinieri di Ancona). Ma dietro a BAIANO si trova un altro soggetto, già noto alle Forze dell'Ordine. Si chiama PALUMBO Giuseppe, campano residente a Rimini e precedentemente coinvolto nell'indagine anti-usura "MARECHIARO" (all'epoca, nel 2008, erano stati sequestrati quattro supermercati a Miramare ed un negozio di telefonia, acquisite tramite gravi condotte usuraie da parte di un'organizzazione criminale guidata da alcuni soggetti di origine campana come PURRONE Michele, PRATTICO' Vincenzo ed altri ). E' una vera e propria rete di protezione quella che tutela e nasconde la figura di PALUMBO: gli stessi genitori del BAIANO, durante i colloqui in carcere, comunicano al figlio che il PALUMBO è preoccupato che questo possa "cantare" ed infatti questo provvede alle sue spese legali. Quella di PALUMBO è una preoccupazione talmente fondata, che il padre di BAIANO nel corso di un colloquio comunica al figlio: “questi qua tu per la malavita no.. quando capita così.. non sei tu diretto che fai un lavoro.. noi diciamo sei carne da macello! Dai…. adesso tu già non servi più per loro…hai capito… perché ti sei bruciato”. La necessità di minimizzare l'accaduto per impedire che le Forze dell'Ordine arrivino a PALUMBO è prioritaria. E non solo per il deposito d'armi che la famiglia Baiano si rende disponibile a custodire per conto di PALUMBO (proprio per questo Baiano padre e figlio vengono poi arrestati nel giugno 2012). Il GIP, nella sua Ordinanza, descrive perfettamente il clima di omertà e connivenza che si viene a creare in queste circostanze: "La cultura che si trae da tali espressioni oscura le radici profonde di tale solidarietà, fiducia e remissività e pretende di raccoglierne i frutti, sostituendo alla famiglia naturale un gruppo organizzato che, utilizzando la stessa denominazione, simbolicamente vi allude e che sostiene di poter dare ai suoi aderenti la stessa condizione e di poter imporre loro gli stessi doveri. Ciò perché il crimine organizzato ricerca archetipi organizzativi che promettono vantaggi e solidarietà ai suoi affiliati, che prefigurano il perseguimento di valori e di ideali irrinunciabili, ma che si fondano sull’autorità di un capo, sulla regole ferree e sulla disciplina dei suoi aderenti."

Individuato PALUMBO, ai CC di Rimini non occorre troppo tempo arrivare a delineare la vasta rete di traffici illeciti a cui è collegato quest'ultimo. C'è il traffico di stupefacenti in Riviera, ma c'è soprattutto la sistematica attività estorsiva di recupero crediti per droga mai pagata e prestiti mai restituiti. Riscossioni gestite e pianificate dal duo RomanielloRipoli, soggetti entrambi già individuati nel corso di precedenti importanti indagini, nonché principali protagonisti dell'organizzazione criminale oggetto di MIRROR. E' così che da un controllo apparentemente poco significativo o comunque estraneo a più importanti e ampie logiche ed interessi criminali, si arriva ben presto alla vera e propria "cupola" che gestisce numerosi e svariati affari illeciti su gran parte del territorio romagnolo, tra estorsioni, droga e night-club.



L'origine dell'indagine/2: il contesto mafioso-criminale romagnolo

 

 

 


Per delineare i confini dell'indagine Mirror e mettere in ordine ogni tassello, il GIP Stefania Di Rienzo richiama innanzitutto due precedenti indagini (dimostrando per l'ennesima volta di conoscere a menadito il fenomeno mafioso e il quadro delle presenze criminali in quest'area geografica): Vulcano e Machiavelli. E' soltanto collegando pezzo dopo pezzo, nome dopo nome, infatti, che è possibile avere un'ampia panoramica del complesso mosaico che si staglia sullo sfondo. In quest'ottica l'indagine Vulcano ha offerto senz'altro un punto di vista privilegiato per inquadrare la diffusa attività di recupero crediti condotta con metodi estorsivi e tipicamente mafiosi dal gruppo guidato da VALLEFUOCO Francesco, a sua volta referente in Emilia-Romagna, a seconda delle più disparate circostanze, dei clan Mariniello, Sacco-Cesarini-Boschetti, Stolder, Casalesi (e chi più ne ha più ne metta). Ma le indagini Vulcano, come anticipato, raccontano solo una piccola parte della storia delle mafie in questa zona.


Altro importante snodo dal quale gemma l'indagine MIRROR è quella nota come "MACHIAVELLI". Nome non elargito gratuitamente, dal momento che grazie a quell'indagine , sfociata in numerosi arresti a gennaio 2013, la Procura di Rimini aveva scoperto un imponente evasione fiscale (37 milioni accertati) ad opera di un'associazione a delinquere – questa l'imputazione attualmente al vaglio del Tribunale riminese – composta da diversi soggetti, tra cui l'imprenditore anconetano (ma residente a Santarcangelo di Romagna) AUSILI Lamberto, vecchia conoscenza delle forze dell'ordine ai tempi dell'indagine "LONG DRINK" (oltre a PISTILLO, GANGEMI, LIOTTI e CALITRI). In quel caso si trattava sempre delle c.d. "frodi-caroselle" perfezionate attraverso un numero indefinito di società fantasma costituite in mezza Europa, allo scopo di eludere il pagamento dell'Iva.

 

L'associazione a delinquere: tra colletti bianchi e organizzazioni criminali

 

Lamberto Ausili

 

 

La digressione del GIP Stefania Di Rienzo non è oziosa, ma fondamentale da un lato a inquadrare il sottobosco criminale attivo in Riviera, dall'altro ad inviduare i principali protagonisti dell'organizzazione criminale dediti alle estorsioni. RIPOLI Giuseppe (da Vulcano II, coinvolto in alcuni episodi di recupero crediti assieme a VALLEFUOCO), AUSILI Lamberto (di cui si è detto sopra), ma soprattutto CAVALIERE MARIO e SIMONE (padre e figlio), ZAVANAIU Stefano (precedentemente arrestato per sfruttamento della prostituzione, anni addietro), ROMANIELLO Massimiliano (anche di lui se ne parla in Vulcano). E' questo lo zoccolo duro del gruppo, quello marcatamente violento – dedito a "racket indiscriminato" sul quale l'associazione fonda i propri profitti - che si confonde con l'aspetto più commerciale e imprenditoriale della compagine criminale. Un gruppo dotato di una rigorosa gerarchia e, ovviamente, provvisto di armi e di quella forza d'intimidazione propria delle organizzazioni mafiose. Sono tutti soggetti poliedrici, ognuno dei quali impegnato in proprie e separate attività illecite, ognuno con le rispettive relazioni all'interno di clan di camorra o cosche di 'ndrangheta. "Zio Mario" CAVALIERE che gode del capitale sociale associativo (con ciò intendendo il complesso di relazioni che permettono di penetrare poco a mano nel tessuto sano dell'economia) e "fa sistema, dirige, pianifica, coordina", ROMANIELLO, che in una precedente indagine del 2008 sugli scontri intestini alla camorra viene incluso tra i cosiddetti "Scissionisti di Secondigliano", titolo che Romaniello rivendica con particolare orgoglio. ROMANIELLO è, in estrema sintesi, quello che "minaccia, che intimidisce, che picchia" (come si vedrà, nella famosa spedizione punitiva di Cattolica). C'è RIPOLI, il quale ha fatto un salto di qualità rispetto al ruolo di mero esecutore nell'indagine madre di VULCANO e alle cui spalle si trova una famiglia e dei fratelli. C'è infine ZAVANAIU, specializzato nell'arte di inserirsi nei gangli dell'economia siano esse frodi caroselle o creazione di società fittizie. Si saldano gli interessi e il gruppo si forma compatto (ma non sempre) per accanirsi sul tessuto economico riminese, ben consapevole delle regole e dei meccanismi del sistema mafioso.


Le riunioni di condominio all'interno del GROS di Rimini

 

Gros di Rimini

 

Le chiamano "riunioni di condominio" e ci si aspetterebbe una consueta assemblea – seppur vivace – di condomini, condita dalla caratteristica figura dell'anziana zitella inviperita. In realtà sono veri e propri summit all'interno degli uffici della HERISSON srl (società che rientra nell'orbita del gruppo), situati al GROS di Rimini, durante i quali il gruppo elabora le strategie criminali e pianifica i numerosi affari illeciti. In parte una base logistica, certo. E lo dimostrano chiaramente i servizi di appostamento e le intercettazioni, che danno conto delle svariate attività di recupero crediti ai danni di imprenditori edili riminesi e riccionesi (“eh, ma poi ... se non paga mettiamo a fuoco una dietro l’altra…” RIPOLI, riferendosi ad alcune barche), così le riunioni convocate per risolvere alcuni "problemi" (come quello con un certo "Graziano", picchiato giorni prima da RIPOLI, per un affare in comune a San Marino, si ascolta nella riunione del 26 febbraio 2012 al GROS). Se ci si limitasse a questo, si tratterebbe di una base logistica come altre. Ma le riunioni di condominio, tra i vari uffici situati all'interno del GROS, sono utilizzate anche e soprattutto – quando ve ne è bisogno – per convocare imprenditori e soggetti che necessitano di una "ripassata". Certo, una sorte che non spetta a tutti. Solo a coloro che non intendono pagare o mettersi a disposizione del gruppo criminale. E' la sorte che spetta – per esempio – ad un imprenditore ravennate, P. D., che viene convocato in quegli uffici e, dopo aver rifiutato un incarico come prestanome del clan, per tutta risposta viene selvaggiamente picchiato da più uomini.

"...e per tutta risposta mi sono arrivati subito due schiaffoni in faccia dal capo dei napoletani schiaffi che mi hanno intontito poi ha iniziato a picchiarmi alchè io ho reagito spingendolo contro il muro ma a quel punto sono intervenuti gli altri e ho sentito che mi colpivano da tutte le parti, allora ho iniziato a scappare verso l’uscita fortunatamente ha le porte scorrevoli sono andato in ufficio di fronte chiedendo aiuto..."



"Qua le estorsioni non le facciamo, siamo bravi ragazzi...la mattina andiamo a lavorare"

 

Conferenza stampa Mirror

 

Tra i numerosi episodi riportati nell'ordinanza firmata dal GIP ci si imbatte poi nella vicenda che, meglio delle altre, spiega chiaramente il modus operandi utilizzato dal gruppo criminale, oltre a dirla lunga circa il rapporto che si instaura tra questo e le vittime (o meglio, il tessuto economico riminese). E' il caso di NARDINI Alfredo, definito, appunto, esemplificativo. E proprio per questa ragione, nessuno potrebbe riassumere od esporre meglio la vicenda se non riportando in toto le parole utilizzate dal Giudice per le Indagini Preliminari:

"Gli odierni indagati non attuano un racket a tappeto ed indiscriminato ma scelgono le loro vittime a preferenza tra imprenditori e/o esercenti attività economiche, spesso a loro volta implicati in attività truffaldine. L’imprenditore si è rivolto - verosimilmente- all’ organizzazione criminale chiedendo, sostanzialmente denaro e protezione agli uomini dell’associazione. Come contropartita, ha messo a disposizione la sua attività economica per lo svolgimento di operazioni finanziarie illecite gestite dalla stessa organizzazione (Nardini Alfredo è stato legale rappresentante della CAR PIU’ Srl in fallimento, esercente l’attività all’ingrosso di apparecchi e materiali telefonici). Il risultato pratico ottenuto, dopo il suo fallimento, è quello di aver consentito agli uomini dell’organizzazione di pentrare in quella parte di economia afferente il commercio dell’elettronica. Nardini Alfredo, infatti, non denunzierà mai le estorsioni subìte sia perché spaventato ed intimorito dalla forza intimidatrice sprigionata dall’associazione sia perché sa che se denunzia deve rivelare anche le attività illecite da lui commesse. Ma questo è solo un lato della medaglia, perché- a sua volta- Nardini Alfredo è “colluso” poiché nel corso dell’estorsione beneficia del rapporto con gli uomini della cosca con cui ha- di fatto- instaurato un rapporto sinallagmatico, viziato dall’originaria intimidazione che lo ha generato ma grazie alla quale ha acquisto un consapevole e voluto vantaggio economico. Insieme alla posizione di svantaggio derivante dall’accollo del patto estorsivo, Nardini Alfredo ha beneficiato dei vantaggi conseguenti all’appoggio dell’associazione mafiosa che lo ha sponsorizzato consentendogli- così- di alterare le regole della concorrenza ed avvantaggiarsi sul mercato. L’intrigo di relazioni costruite su ondivaghe dinamiche di intimidazione e connivenza, subordinazione e vantaggio, rende complessa la ricostruzione dei fatti nella loro poliedricità. Nardini Alfredo è entrato, tuttavia, in un rapporto sinallagmatico di cointeressenza con gli uomini dell’organizzazione, soprattutto con Ripoli Giuseppe e Romaniello Massimiliano poiché i vantaggi (ingiusti in quanto garantiti dall’apparato strumentale mafioso) sono per entrambi i contraenti e tali da consentire all’imprenditore di imporsi sul territorio in posizione comunque dominante perché il sodalizio, il cui apparato si è reso disponibile a sostenere l’espansione dei suoi affari in cambio della sua disponibilità a fornire risorse, servizi o comunque utilità al sodalizio"

Co-interessanza. Termine che da solo può spiegare limpidamente il fenomeno mafioso nelle aree del centro-nord e, come in questo caso, nella riviera romagnola. Un rapporto certamente sinallagmatico, ma che – se si prendesse in prestito le figure donate dalla letteratura – potrebbe essere ben rappresentato, senz'altro, con le fattezze vampiriche. Lo abbiamo visto con le indagini Vulcano/Staffa Titano, ne avevamo il sospetto già prima con precedenti indagini (ARISTOTELE, per dirne una), ne abbiamo l'ulteriore ed ennesima riprova ora con Mirror. E' l'ambiguità del tessuto economico locale, che da un lato subisce a mezzo di minacce di morte e violenza (Nardini è stato anche picchiato) il volere dell'organizzazione criminale, ma che dall'altro, consapevolmente, non si sottrae alla ventilata proposta di diventare testa di legno per società gestite nei fatti dal sodalizio. D'altra parte, il doppio-volto degli uomini dell'organizzazione, il primo spiccatamente violento il secondo "imprenditoriale", emerge nuovamente dalle intercettazioni, assumendo peraltro toni in un certo qual modo esilaranti.


ROMANIELLO: lavorativamente parlando … che qua le estorsioni non le facciamo … noi siamo bravi ragazzi ... andiamo a lavorare la mattina!

NARDINI: … pensate a lavorare …

ROMANIELLO: però dobbiamo pure venire essere pagati però ... capito?

 

[Fine I° parte]



* Dell'operazione MIRROR ne scrisse già Davide Vittori all'alba dei primi arresti: il resoconto, successivamente pubblicato anche sul sito, lo trovate QUI


 

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