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In Riviera la mafia esiste, anzi no

Categoria: Rimini
Pubblicato Giovedì, 12 Settembre 2013 14:38
Scritto da Patrick Wild
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Maurizio Melucci

“La mafia da noi proprio non esiste, è un problema del Sud”
“Qui sono presenti solo piccoli gruppi, non c’è un problema di mafia, camorra o ‘ndrangheta”
“La criminalità organizzata? Se c’è non spara”

Tanti sono i luoghi comuni circolanti attorno al fenomeno mafioso. Alcuni di questi con il passare del tempo sono stati abbandonati, altri hanno continuato a trovare validi interpreti tra la società civile e le istituzioni. Questi ultimi sono in assoluto i più resistenti: non temono voci contrarie né sentenze che li smentiscano. L’imperativo è negare, e quando non si può negare allora si smussa, si attenua o si giustifica. La storia del negazionismo romagnolo parte da lontano e arriva fino ai giorni nostri, attraversando anche fasi in cui si osserva il tentativo di parte delle istituzioni di rompere – isolate – il muro dell’omertà. Da una parte e dall’altra troviamo nomi importanti della politica locale, di cui nel corso degli anni si è persa la memoria (per far spazio ad un’immagine “ripulita). Ma partiamo da una vicenda esemplificativa.

Qualche giorno fa, mentre buona parte del Paese - complici le alte temperature -  prendeva ancora la via della spiaggia, a Riccione si teneva la XIX edizione del Premio Ilaria Alpi. Al pari delle precedenti, il programma è ricco di contenuti e coinvolge relatori di assoluto rilievo e di fama internazionale. Il sottoscritto ha potuto partecipare a malincuore solo all’incontro in programma venerdì pomeriggio, riguardante nello specifico il tema del riciclaggio, con un focus sul caso del Credito Sammarinese (vale a dire l’indagine Decollo Money). Moderati dal giornalista Alberto Nerazzini, intervengono nell’ordine i pm Fabio Di Vizio e Nicola Gratteri, il segretario di Stato sammarinese Claudio Felici e l’europarlamentare Sonia Alfano. Ospite inatteso, il cui intervento dalla platea viene da noi prontamente ripreso, è l’ex proprietario del Credito Sammarinese, quel Lucio Amati tutt’ora sotto indagine a Catanzaro per riciclaggio di denaro sporco della ‘ndrangheta.

Per la qualità del dibattito l’incontro avrebbe meritato un biglietto (complimenti all’Associazione Ilaria Alpi per l’organizzazione), ma quanto discusso quel pomeriggio non è stato il solo appunto interessante. Qualche giorno dopo il termine della rassegna, infatti, ci imbattiamo nella video-inchiesta di Michela Monte, “Tre stelle in contanti”, presentata proprio all’ultima edizione del Premio. Il video si focalizza, in particolare, sul fenomeno del riciclaggio nel comparto alberghiero della riviera romagnola e il rapporto tra questi e la crisi economica.

Il documentario scorre tra testimonianze e dati, finché al minuto 6.00 fa capolino l’attuale assessore al turismo della Regione Emilia-Romagna, al secolo Maurizio Melucci, che dichiara: “l’immagine che la riviera romagnola sia in mano alla mafia la ritengo una bella barzelletta [...]. Non mi risultano infiltrazioni mafiose nel senso classico del termine come risultano da altre parti”.

Ora, il problema non è ovviamente tanto la definizione che Melucci dà della criminalità mafiosa nell’area rivierasca: il problema, semmai, è l’estrema leggerezza con la quale Melucci tratta la tematica, non certo frutto del montaggio dell’intervista, ma coerente con l’atteggiamento che l’assessore regionale riminese ha da sempre tenuto nei confronti del fenomeno mafioso in riviera. Leggerezza che si deduce anche dall’utilizzo di un termine ormai desueto e inaccettabile quale “infiltrazioni”, ma anche incapacità di interpretarlo e declinarlo sul nostro territorio. Quante denunce pubbliche ha mai fatto Melucci in tempi non sospetti, in virtù della propria posizione istituzionale, prima da vice-sindaco (o sindaco de facto) e poi da assessore regionale? Si trasmette un messaggio devastante. Cecità, ma soprattutto poca umiltà nel riconoscere il fallimento di una classe politica che non ha saputo cogliere i segnali e prevenire (ci ritornerò sulla prevenzione).

Ma l’intervento di Melucci non sorprende più di tanto, non è affatto una mosca bianca nel desolante panorama delle istituzioni locali. Pochi si salvano, molti altri affondano assieme alla propria incapacità di analizzare il tema, vuoi per ignoranza, per superficialità, per interesse diretto o indiretto.


E’ una storia che parte da lontano, quando la riviera romagnola era meta privilegiata dei soggiornanti obbligati (poi divenuti sorvegliati speciali di pubblica sicurezza) dalle aree di tradizionale insediamento mafioso. Già allora risultava difficile rinvenire denunce pubbliche da parte delle istituzioni locali: chi provava a sollevare il problema, come Ennio Grassi, veniva prontamente isolato ed etichettato come un visionario che vedeva girare per Rimini personaggi con la coppola e la lupara.

I termini utilizzati per dileggiare questi pezzi isolati delle istituzioni locali – coppola e lupara – non erano probabilmente scelti a caso: davano l’esatta misura della scarsa preparazione e conoscenza del fenomeno mafioso da parte dei politici romagnoli. Ignoranza e disinformazione, o forse qualcosa di più? In quegli anni, infatti, a Rimini stava nascendo un dibattito – poi abbandonato senza giungere a conclusione – circa l’adozione di strani provvedimenti di favore nei confronti di alcuni soggiornanti obbligati, primo tra tutti Matteo Mazzei, fratello di Santo (killer vicino agli ambienti stragisti corleonesi), appartenente alla famiglia dei cursoti catanesi. Corruzione e trattamenti di favore, queste erano le voci che circolavano nei riguardi degli uffici pubblici riminesi. Ma questa è un’altra storia che merita un approfondimento a parte e sulla quale ritorneremo.

Nel corso degli anni ci sono state sì vere e proprie mosche bianche: dall’ex sindaco di Cattolica Piero Micucci (le cui denunce sul concentramento massiccio di sorvegliati speciali nel proprio comune sono ancora rinvenibili con una veloce ricerca) a quello di Riccione Daniele Imola, destinatario di una busta con proiettile, passando per il pregevole lavoro di inchiesta del PDS dei primi anni ’90 (il documentario “Inquieto vivere” di Riccardo Fabbri e Antonio Gabellini, targato 1991). Per il resto si registrano solo pesanti silenzi e uscite a sproposito.

Un esempio lampante è fornito dalle reazioni suscitate dalla prima Operazione Vulcano, avvenuta il 22 febbraio 2011. E’ sufficiente sfogliare la rassegna stampa dei giorni successivi per rendersi conto delle goffe risposte di chi allora sgomitava per offrire per primo, sui quotidiani locali, la propria personale “ricetta” per sconfiggere la mafia. Quella di Bertino Astolfi, ex consigliere DS (attualmente eletto con lista civica collega al PD) era indubbiamente tra le più originali :“non mandiamo più alcun meridionale a fare il parlamentare per 20 anni”. Da salutare con un sorriso, se si potesse dimenticare anche solo per un secondo che a proferirla è stato un esponente delle istituzioni.



Bertino Astolfi

Negli stessi giorni, tramite le pagine dei giornali l’ex sindaco Ravaioli lamentava addirittura di “non essere stato informato” dalle Forze dell’Ordine circa il grave stato in cui versava la riviera romagnola per quanto concerne la presenza mafiosa.

E così, ciclicamente, come un gioco delle parti, scoppiano le operazioni di contrasto di Forze dell’ordine e magistratura, frutto di duro e silenzioso lavoro, a cui seguono fedelmente moniti e “denunce” (ma denunce de che?) da parte della politica locale sui giornali. Denunce (ripetiamo, de che?) che, guarda caso, arrivano sempre dopo. Mai prima, mai in tempi non sospetti. Mai circostanziate.

Buona parte della sua credibilità, la politica locale l’aveva in realtà già persa nel 2003, quando l’allora segretario provinciale dei DS Riziero Santi (ora sindaco di Gemmano, piccolo paese dell’entroterra riminese) dichiarò che: “sul territorio di Rimini non ci sono organizzazioni mafiose, camorriste o della ‘ndrangheta. Ma preoccupa la ripresa dei traffici illeciti (stupefacenti), di infiltrazioni nell’ambito dell’abusivismo commerciale”. Non pago, Santi aggiungeva: “Il nostro è un territorio sano. Non abbiamo riscontri che possano farci temere la dimensione forse più insidiosa della nuova criminalità organizzata: la presenza di una mafia dei colletti bianchi che individui la nostra area come luogo per gestire attività finanziare legate, prevalentemente, al reimpiego dei capitali”.

 

Rizierio Santi (Riziero Santi, allora segretario provinciale dei Democratici di Sinistra)

 

Potrebbe sembrare impietoso, ora, ricordare come da lì a pochi mesi, sulla superstrada adriatica, si sarebbe consumato l’omicidio di Gabriele Guerra ad opera di un gruppo legato alla ‘ndrangheta, attivo da metà degli anni ’90 tra Rimini e Riccione. Così come sarebbe probabilmente troppo facile ricordare al sindaco Santi le parole del Senatore Carlo Smuraglia, presidente della Commissione parlamentare incaricata di indagare sulla presenza mafiosa nelle cosiddette aree non tradizionali: "in Romagna è ben presente la mafia che lavora in camicia e cravatta, quella che è più difficile da combattere rispetto a quella che spara e prepara stragi”. 1993, esattamente 10 anni prima le dichiarazioni di Riziero Santi.

Forte della propria sicurezza, a calare l’asso nel corso nella medesima serata fu il vicecapogruppo DS alla Camera Massimo Brutti, che sentenziò: “Rimini è una terra appetibile per la criminalità organizzata, ma la società e le amministrazioni hanno anticorpi troppo forti per lasciarsi infiltrare. Quella sera, per dovere di cronaca, era presente lo stesso Melucci.

Eh già, gli anticorpi. Sbandierati a gran voce da tutti, tornano sempre utili per chi deve far sentire la propria presenza attraverso i giornali e ricordare che il nostro è un tessuto sano, che “Rimini non è Palermo”, che le denunce ci sono. Dove?

E’ sufficiente pochissima memoria per ricordare come questa estate, all’alba delle operazioni anti-usura Tie’s friends e Goodnight Tie’s friends (con le quali venne confiscato il night PepeNero società ed immobili), i presidenti di Provincia e Comune Vitali e Gnassi badavano a dire che finalmente “Rimini ha gli anticorpi”. Uscita coraggiosa, ma nei fatti assolutamente non documentata. Che anticorpi potranno mai esserci, se le indagini vengono svolte da Forze dell’Ordine e senza l’ombra di una sola denuncia da parte delle vittime o di persone coinvolte? Parole. Parole al vento per chi ha poca memoria, come gli italiani d’altronde.

Eppure ne basterebbe davvero poca per tornare indietro fino a qualche anno fa: “Vulcano” ancora non era scoppiata, ma già allora c’era chi parlava di anticorpi (con un atteggiamento completamente opposto a quello che si mostra pubblicamente ora)
L’avvocato penalista Davide Grassi recentemente ha ricordato come in quegli anni avesse trovato difficoltà, un autentico muro di gomma, nel momento in cui in tempi “non sospetti” aveva provato a proporre alle Istituzioni locali la creazione di uno sportello per le vittime di usura. Gli era stato risposto picche, perché la mafia sul nostro territorio era un fenomeno di modeste dimensioni. Ritorna l’attenuazione del fenomeno, la giustificazione, ritornano i “però”. Ed ora queste persone hanno cambiato diametralmente orientamento. Poca, pochissima memoria.

Ma aldilà delle tante dichiarazioni fuori luogo e fuori dal tempo, ciò che pesa realmente non sono tanto le parole, quanto piuttosto i silenzi. Pesano i silenzi di chi poteva e doveva intervenire puntualmente prima che avvenisse quanto è accaduto. Pesa la responsabilità di chi, in quanto amministratore, aveva il potere di prevenire e non l’ha fatto. La prevenzione, questa sconosciuta. Tanto presente nelle parole di istituzioni e amministratori locali, quanto vacua e inesistente nella pratica, per decenni. Solo ora, che ci si ritrova a tappare letteralmente i buchi, si intravede qualcosa, per iniziativa di una parte (sic) della politica nostrana. Com’è stato possibile questo strabismo? I segnali c’erano, li si ritrova nelle sentenze della magistratura, nei rapporti delle FDO, nelle relazioni parlamentari. Qualcuno si ricorda quanto riportato da Smuraglia nella famosa relazione del 1994? nella provincia di Rimini ci furono 815 cambi di gestione alberghiera su 2872 alberghi totali, alcuni di questi operati da numerosi imprenditori di cui si è accertata l’appartenenza o la concussione mafiosa o camorristica, l’acquisto di tali strutture avveniva a scopo di riciclaggio".

E’ possibile difendere ad oltranza il turismo nostrano alla stregua di come faceva un certo Micciché in terra siciliana, che voleva rimuovere l’intitolazione dell’aeroporto di Punta Raisi a Falcone e Borsellino in quanto danneggiava l’immagine dell’isola? No, io credo di no. Eppure è quanto è successo, niente di più, niente di meno, sulla riviera romagnola. Anziché riconoscere il problema per contrastarlo lo si scansa abilmente.

Nella capitale per eccellenza dell’evasione fiscale, dell’imprenditore furbetto (che porta i propri risparmi sul monte Titano), pesano ancora una volta i silenzi che si traducono in responsabilità. Pesano i mancati segnali e gli esempi virtuosi di chi, magari in qualità di Presidente della Camera di Commercio locale, scuda i propri capitali senza mai dichiararne l’originaria provenienza. Nel frattempo le indagini continuano, le operazioni occupano i primi titoli dei giornali, arrivano le dichiarazioni degli amministratori. Le denunce della politica, quelle mai.

Eppure basterebbe poca memoria.

 

Patrick Wild

  

AGGIORNAMENTO 04.01.2013: In questi ultimi giorni la cronaca locale ha ripreso un articolo uscito a sua volta recentemente riguardo alla video-inchiesta di Michela Monte. Per dovere di cronaca si riporta quanto aggiunto dallo stesso Melucci proprio ieri, in relazione alle reazioni sui media:

"nell'intervista ho chiarito due aspetti: il primo che l'attenzione di tutte le istituzioni sul rischio infiltrazione mafiose é alto e tale deve rimanere. Ne é riprova i protocolli sulla legalità sottoscritti con la partecipazione attiva di tutte le istituzioni Regione compresa. C'è un monitoraggio continuo di tutti i passaggi di proprietà e gestioni che possono essere sospette. Il secondo punto é che l'immagine di una riviera in mano alla mafia non corrisponde alla realtà. Da ciò il termine "barzelletta". Non é un caso che nel vostro articolo si fa riferimento ad infiltrazioni mafiosi nel senso classico del termine. Infatti una cosa sono i passaggi di proprietà ( per altro molto limitati) altra cose cosa i passaggi di gestione con quei fenomeni che tutti conosciamo e a cui ho fatto riferimento nell'intervista e che non possono escludere anche aspetti malavitosi. Tutto questo per dire che non vi é nessuna inversione di rotta nei confronti delle istituzioni locali ma molto semplicemente una correzione delle esagerazioni apparse nei mesi passati sui mezzi di informazione nazionali e per altro non riconducibili alle Istituzioni locali. "

Le precisazioni di Melucci risultano sinceramente goffe. Tra le righe traspare l'evidente imbarazzo per le responsabilità di chi - a suo tempo - non ha mosso un dito per predisporre strumenti adeguati a prevenire manifestazioni della criminalità mafiosa. Serve a poco, ora, menzionare quanto attuato ad anni di distanza grazie principalmente ad iniziativa altrui (il Prefetto dott. Claudio Palomba in primo luogo, al quale vanno i nostri più stimati elogi). Non cambia pertanto di una virgola quanto rilevato al momento di redigere l'articolo, tant'è che a peggiorare la situazione ci pensa lo stesso Melucci nelle sue precisazioni, quando si avventura in una non chiara (almeno non a chi scrive) distinzione tra infiltrazioni (termine evidentemente troppo caro da abbandonare) in senso classico e... (?). Un amministratore pubblico, peraltro con una carica di un certo rilievo in seno alla Regione, dovrebbe pesare meglio i termini anziché utilizzarli con superficialità e leggerezza. Nel medesimo errore, sono d'altronde ricaduti tutti quei consiglieri comunali riminesi che hanno scambiato un bene confiscato per reati patrimoniali con un bene confiscato alla mafia (tutta la storia QUI). Le parole sono importanti e hanno una propria valenza. Bocciato.

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