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Amarcord, tra bische clandestine e mafiosi con bombe a mano

Categoria: Rimini
Pubblicato Mercoledì, 18 Dicembre 2013 19:21
Scritto da Patrick Wild
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Saverio Masellis

Ieri sera, in un Cinema Tiberio stracolmo di gente, nel cuore dell’antico borgo di Rimini, abbiamo finalmente presentato il risultato di quasi un anno di lavoro. Romagna Nostra: le mafie sbarcano in Riviera. Risparmierò i ringraziamenti (che non saranno mai veramente abbastanza), perché oggi ripensavo ad un riflessione ascoltata, porgendo l’orecchio, tra il pubblico che usciva dalla sala, terminata la proiezione. “Dì, ma tu lo sapevi che qui la ‘ndrangheta aveva una sala da gioco in pieno centro?”.

Coincidenza ha voluto che proprio stamane, al Tribunale di Rimini, si è celebrata un’udienza relativa al processo sull’associazione di stampo mafioso che tra gli anni ’90 e gli anni 2000 controllava tutte queste sale da gioco in Romagna. E in un’aula praticamente vuota, scortato dalla Polizia Penitenziaria, c’era proprio lui: il “re delle bische” Saverio Masellis, il mandante dell’omicidio Guerra.


Visibilmente invecchiato, diverso da come appare nelle foto all’epoca dell’arresto, Saverio Masellis – Rino per gli amici – fa il suo ingresso in aula salutando i parenti e conoscenti accorsi per vederlo (gli unici presenti in aula, a parte il sottoscritto) e con andatura lenta si accomoda accanto al suo legale, l’avvocato Piccolo. Capelli grigi, occhiali da vista e felpa arancione, chi direbbe che quello è lo stesso uomo, affiliato alla ‘ndrangheta tramite la cosca Dragone, e che per anni ha dominato incontrastato sulla riviera romagnola, arrivando perfino a ordinare a freddo un omicidio?

L’udienza di stamane , benché la sentenza sia divenuta definitiva nel 2011 (così come quella “gemella” di Ravenna che verteva sull’omicidio di Gabriele Guerra), si è resa necessaria in quanto all’epoca ci furono dei vizi procedurali che hanno comportato la necessità di ripetere una parte dell’istruttoria dibattimentale. Il Pubblico Ministero che sostenette i processi negli anni passati, la Dott.ssa Cavallari della Procura di Ravenna, stamane ha portato 7 testimoni, tutti soggetti allora appartenenti alle Forze dell’ordine che condussero l’indagine battezzata “Esordio” nei confronti di questa organizzazione criminale legata alla ‘ndrangheta ed attiva in quegli anni sulla riviera romagnola.

E il racconto degli uomini del ROS ha riportato alla mente quanto accadeva in quegli anni, quando tra Bologna e Riccione, per regolare le faccende, la ‘ndrangheta non utilizzava affatto una mano gentile, né il metro della conciliazione. Era una mano di ‘ndrangheta, una mano sporca di sangue.

 



I vari testi hanno ripercorso brevemente la genesi delle indagini, raccontando di come questi circoli, inizialmente facilmente perquisibili, in seguito divennero dei veri e propri bunker, provvisti di telecamere esterne, porte blindate, spioncini. All’interno di questi circoli – racconta un ex operatore del ROS – durante una perquisizione vengono trovati al tavolo alcuni soggetti, persone note del riminese (imprenditori, albergatori…), con addosso 10 o 6 milioni delle vecchie lire, in contanti.

Il terzo teste arriva perfino a ricordare di come, anni prima, durante la gestione delle bische da parte dei catanesi di Milano, Luigi di Modica (ora collaboratore di giustizia) entrasse perfino a riscuotere la cosiddetta “cagnotta” dentro alla bisca, portando con sé una bomba a mano. La stessa che poi rinvenirono appoggiata sul suo comodino a Misano Adriatico, quando lo arrestarono nel settembre del1993 con una retata in grande stile.

Le testimonianze continuano, una dopo l’altra, intramezzate da numerose discussioni sorte tra il Collegio (presieduto dal Giudice Massimo Di Patria) e il PM - da una parte – e l’avvocato Piccolo dall’altra. Sono quasi le 15.00, l’aula ancora vuota, le voci che rimbombano. E in tutto ciò, Rino Masellis, ‘ndranghetista, che si volta, abbozza un sorriso e manda un bacio ai parenti.


Patrick Wild


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