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Operazione Mirror - specchio di una società malata

Categoria: Rimini
Pubblicato Venerdì, 17 Maggio 2013 10:32
Scritto da Davide Vittori
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Cinque estorsioni accertate, ma probabilmente il numero è molto maggiore. Dopo l’operazione Vulcano, è il turno di Mirror. La Riviera Romagnola si dipinge ancora a tinte scure. Decimato dagli arresti il clan che faceva riferimento a Vallefuoco, a salire alla ribalta è Mario Cavaliere, detto “Lo Zio”, assieme ai suoi accolti, i più stretti dei quali sono Massimiliano Romaniello, Giuseppe Ripoli (già indagato nell’operazione Vulcano) e Stefano Zavaniu. Tre personaggi in cerca di investimenti. Sono partiti da due night, il Lady Godiva di Rimini e il La Perla di Riccione, con l’intenzione di espandersi ulteriormente. Giravano in macchina e guardavano "cos’era in vendita" con lo scopo di acquistare (magari in contanti?) qualche impresa in difficoltà. I soldi frutto di estorsioni, difatti, necessitano di essere ripuliti al più presto e le transazioni bancarie sono piuttosto rischiose per persone che risultano nullatenenti per lo stato italiano. Nonostante ciò, quartana tra conti correnti e casse di sicurezza sono stati sequestrati.

 

I metodi di queste estorsioni sono i “soliti”, ossia quelli che abbiamo imparato a conoscere in Vulcano e che magari eravamo abituati a sentire in cronache locali in Regioni italiane lontane anni luce dall’Emilia Romagna (o almeno così si pensava). Nella fase 1, la vittima viene cercata, inseguita e costretta ad eseguire gli ordini dei picchiatori; la fase 2 è quella dei pestaggi; la fase 3 è quella dell’imposizione della non-denuncia alle autorità competenti. In almeno due casi, tuttavia, la fase 3 non è riuscita al meglio. Nel primo un imprenditore ravennate uscito malconcio da un incontro con i malviventi, dapprima nega l’episodio al posto di blocco preparato dai Carabinieri («sono caduto», avrebbe sostenuto) poi sporge denuncia alle autorità ravennati (dove la sua impresa operava). Nel secondo caso, il tentativo di estorsione è indiretto; in un noto ristorante di Miramare Romaniello si presenta come un sindacalista, rappresentante di una donna non assunta, nonostante secondo lui i proprietari si fossero impegnati con lei. Non era vero, ovviamente; ma per Romaniello doveva essere: ergo lui (non la signora, beninteso) doveva riavere gli stipendi arretrati dal momento dell’incontro tra i proprietari e la signora stessa. Anche qui la denuncia scatta.

 

Infine, ci sono gli screzi tra prestanome e proprietari. La società che gestiva il Lady Godiva - intestata a un prestanome dal proprietario "reale", D’Agostino -  viene ceduta (il 70% delle quote) dal prestanome stesso a Romaniello, Ripoli e Zavaniu senza l’assenso del “vero” proprietario. D’altronde i tre si erano presentati come i nuovi piccoli boss del circondario; non si poteva rifiutare. In compenso D’Agostino si rifà sul La Perla che continua a gestire, cedendo piccole quote (1%) ad un ingegnere, Diego Fogliata,  figlio di una famiglia di albergatori e proprietario del bar Golden Nugget di Bellaria. Meglio inserire nella proprietà personaggi insospettabili e magari, dichiarare il meno possibile al fisco, inserendo (è successo davvero) un POS di un ristorante riccionese (“La Mosca Bianca”) nel night, così da far risultare che chi pagava con bancomat o carta di credito al night aveva in realtà pasteggiato al tavolo di un bel ristorante.

 

Questa è la realtà riminese e romagnola. 

 

A due passi dal mare, la capitale del divertimento. Cosa si nasconde dietro questo felice panorama, tuttavia, lo stanno scoprendo i romagnoli tutti a loro spese.

 

Davide Vittori

 

Nuovi aggiornamenti al 6-07: associazione a delinquere semplice e non di stampo mafioso secondo il tribunale del riesame, che smentisce la tesi GIP di Bologna Bruno Perla. L'articolo su Altarimini.

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