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Tra Rimini e San Marino: dove si ricicla e si tenta distruggere un’intera comunità

Categoria: Rimini
Pubblicato Giovedì, 29 Dicembre 2011 16:35
Scritto da Super User
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Tra Rimini e San Marino: dove si ricicla e si tenta distruggere un’intera comunità
 
 
Vi vorrei raccontare la storia di due amici, Marco e Gianni È giovedì sera. 
Marco: “Facciamo una scampagnata in bici?”
Gianni: “Perché no, il panorama è bellissimo salendo da Rimini per San Marino. Però voglio dare il meglio di me, si va e si torna senza bere”.
Marco: “Dai, va bene, male che vada mi faccio raccogliere con lo straccio dall’ambulanza…” .
 
Il giorno dopo, i due si trovano al solito posto, il bar poco distante dalle loro abitazioni. Marco si presenta senza borracce. Gianni, invece, ne ha otto in una borsa. Nel vederlo arrivare, Marco gli chiede conto della promessa del giorno prima.
“È ancora valida. Non c’è acqua nella borraccia.”
“E allora a che ti servono?”
 “È un favore per un amico. Tu prendine quattro senza chiederti nulla. Io ne porto altre quattro e quando torniamo abbiamo una ricompensa”.
Marco non è tipo che si fa domande. Vuole andare in bici e basta; si è preso un giorno di ferie apposta.
Arrivati a San Marino, Gianni chiede le borracce di Marco indietro. Marco ancora non capisce; sono fermi davanti a una banca. Gianni scende dalla bici, entra in banca con le borracce e ne esce cinque minuti dopo, gettando le borracce nel bidone. Marco iniziava a capire:le borracce erano piene di soldi sporchi, che arrivano nella terra di nessuno per essere puliti. Ecco come unire l’illegale al dilettevole.

 

Una storia stupida, che non varrebbe la pena di raccontare. Se non fosse che è realmente accaduta.

 

 
A San Marino si evade in tutti i modi che si può. Questo è solo uno dei tanti escamotage e non c’è da sorprendersi se, da alcuni anni a questa parte, nel silenzio totale, nella più antica repubblica del mondo transitano montagne di capitali mafiosi. Non meraviglia nemmeno che il giornale La Tribuna Sanmarinese sia controllata da Monica Fantini, moglie di Livio Bacciocchi, quest’ultimo in carcere con una misura cautelare, per gli strettissimi rapporti, emersi nelle intercettazioni della DDA, con il clan Vallefuoco nell’affaire Fincapital, una finanziaria che solo nominalmente era gestita da Bacciocchi, ma che di fatto era in mano al boss Roberto Vallefuoco; o che il quotidiano San Marino Oggi abbia tra i proprietari Lucio Amati, indagato per riciclaggio di denaro ‘ndranghetista. Sulla Fincapital, poi, le intercettazioni dell’inchiesta “Staffa” parlano chiaro. Parlando con l’amico Gigno, Francesco Vallefuoco, la testa di ponte tra colletti bianchi e camorristi, si lamenta perché il riciclaggio non funziona a dovere, per cui bisogna rimediare in qualche modo: «Se si inceppa per colpa mia vengono fino a qua e mi sparano in testa… se si inceppa per colpa tua, vengono qua e ti sparano in testa… siccome qua in tutto siete trentamila abitanti, a Napoli siamo… facciamo due milioni tra cui 500mila sono delinquenti a noi hanno mandato… tu lo sai che noi a Napoli... loro a Napoli sfidano il governo… no?... figurati se si mettono paura di quattro carabinieri gendarmi».
 
Per non farsi mancare niente, dato che con il regime di liberalizzazione introdotto a San Marino si può aprire un’attività chiedendo semplicemente un nulla osta ad un Tribunale, anche il pane che riforniva le scuole di tutto il Titano, ma anche, parzialmente la CAMST, era gestito sempre dai Vallefuoco.
Prima riescono ad alzare le saracinesche, senza un minimo controllo da parte delle autorità, - cosa che ricorda molto l’inutilità dei certificati antimafia italiani -, poi vincono addirittura l’appalto per le mense scolastiche, fornendo un servizio di cui i bambini si lamenteranno sin da subito, data la scarsa qualità del pane stesso.
 
Il cancro malavitoso sta mordendo il Titano, ma non risparmia Rimini e la riviera romagnola.
 
Flavio Pelliccioni, un imprenditore riminese, è in carcere con l’accusa di essere stato il broker dei casalesi (accusa che poi è caduta, pur rimanendo quella di riciclaggio, truffa e falso). Hanno sequestrato il suo locale a Riccione, il Beach Cafè, e un’azienda, la TLC Communication. Nella stessa indagine, denominata Il principe e la (scheda) ballerina”, la Dda di Napoli ha chiesto gli arresti per l’ex sottosegretario Nicola Cosentino e Luigi Cesaro, presidente della provincia di Napoli e parlamentare PDL. Ma Rimini è già stata protagonista di moltissime attenzioni da parte dei camorristi.
 
I clan Vallefuoco, Marinielloe Casalesi (frazione Schiavone), per esempio, si divertivano a girovagare per Riminiavvicinando persone in difficoltà economica ma  con  crediti da recuperare. Come ricostruito dagli inquirenti nell’inchiesta Vulcano, riuscivano a farsi affidare il recupero dei crediti, salvo poi chiedere tassi d’interessi esorbitanti. Se non pagavi, giù con i pestaggi. Ovvio, se si dovevano prendere i soldi si poteva scendere anche nelle Marche, per minacciare e picchiare un imprenditore urbinate. Quando poi pagavi, quei soldi non potevi versarli comodamente alla filiale sotto casa; dovevi passare dalla lavanderia, cioè riciclare in un simil-paradiso fiscale.  San Marino, ovviamente. Creavi un’attività di recupero crediti relativa ad una società riminese, che a sua volta faceva riferimento ad un’altra società di diritto sammarinese, e il gioco era fatto. I soldi erano più puliti dei panni lavati con il Coccolino. Se volete sapere come, rivolgetevi agli appartenenti al clan Stolder. Come emerge sempre dall’inchiesta “Staffa”, il boss, Raffaele Stolder, dopo sedici anni di carcere è andato a riprendere il suo posto di leader a Forcella e ha  subito ricominciato da dove aveva finito: il riciclo di denaro sporco, proveniente da furti, tangenti e rapine. Il boss e la moglie, Patrizia, si circondavano di riciclatori operanti del centro-nord Italia, si sceglievano qualche professionista, notai compresi, nella Repubblica di San Marino per riciclare i proventi della camorra napoletana (clan Setola, Casalesi, FIdanzati) e intanto proseguivano nel loro arricchimento fraudolento nelle terre natie.
Rimini e San Marino stanno vivendo l’incubo del passaggio dall’infiltrazione al radicamento. tempo Nella noncuranza generale, nonostante gli indizi portassero tutti in quella direzione. L’elevatissima evasione fiscale a Rimini, che arriva al 15% con 31987 contributori mancanti nella seconda provincia più sviluppata d’Italia, creava la situazione ideale alla mafia per confondersi tra i grandi e piccoli imprenditori che scaricavano a San Marino camionate di contanti per sottrarli al fisco italiano; insomma, illegalità e ricchezza diffuse contemporaneamente in tutto il territorio.
 
D’estate, poi, con il trambusto della movida era ancora più facile nascondersi. Lo sapevano i fratelli Graviano,  i quali,  si è dimostrato tramite l’ incrocio di tabulati telefonici con decine e decine di testimonianze raccolte dalla Dia (direzione investigativa antimafia), a Riccione passavano le vacanze e pianificavano gli incontri con Marcello Dell’Utri. Anche i turisti sono un ottimo affare per le mafie: vengono a Rimini e sono disposti a spendere, magari per comprarsi un po’ di cocaina rivolgendosi alla manovalanza fornita dalla Sacra Corona Unita o magari nelle bische clandestine, per il cui controllo si è sparato e ucciso. Gabriele Guerra è stato il primo “morto per mafia” in Emilia Romagna: nel 2003 gli hanno sparato 16 colpi di mitra. Non la Camorra, ma l’ ‘ndrangheta. Saverio Masellis tramite il lasciapassare della famiglia ‘ndranghetista Pompeo dà mandato a Francesco Mellino e  Giovanni Lentini di ammazzare Guerra. Tre ergastoli per Masellis, Mellino e Lentini. A quest’ultimo, gli hanno regalato anche una pallottola. È stato gambizzato in Viale Ceccarini nel centro di Riccione.
 
Proprio perché la Romagna non si fa mancare nulla.

 
Davide Vittori
 
 
 
DATO CHE SONO ARRIVATE MINACCE DI QUERELA PER QUESTO ARTICOLO, SUBITO RIMOSSO DAL SITO LINKIESTA.IT, SPECIFICO CHE TUTTE LE PERSONE CITATE SONO INNOCENTI FINO A PROVA CONTRARIA. CIO’ PERO’ NON TOGLIE UNA RESPONSABILITA’ MORALE DI CHI, NASCONDENDOSI DIETRO IL PARAVENTO DEL PROCESSO, VUOLE APPARIRE COME PULITO OD ONESTO, QUANDO IN REALTA’ I RAPPORTI CON I CLAN CAMORRISTICI SONO CERTIFICATI DA INTERCETTAZIONI TELEFONICHE.
RIPORTO UNA CITAZIONE DI PAOLO BORSELLINO, IN MODO DA CHIARIRE MEGLIO IL PENSIERO:
 
 
L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati.

LA COSA VALE ANCHE PER I COLLETTI BIANCHI E I MAFIOSI.





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