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Loro distruggono e la scuola speriamo ricostruisca

Categoria: Rimini
Pubblicato Giovedì, 12 Luglio 2012 01:09
Scritto da Super User
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Antonino Caponnetto


Per chi fa antimafia con costanza certe frasi divengono quasi dei ritornelli ripetuti da benpensanti e non in ogni occasione disponibile. Una di queste è sicuramente è quella pronunciata dal giudice Antonino Caponnetto che suona più o meno così: la mafia teme più la scuola della giustizia.
 
Non ricordo la prima volta che l’ho sentita, ragion per cui suppongo che non vi abbia prestato molta attenzione. Ricordo però quando ho dovuto rifletterci per la prima volta: durante una lezione in piazza organizzata dal G.A.P. con ospite Gaetano Alessi, un giornalista con la schiena dritta e nostro grande amico. Ho iniziato a pensarci la sera dopo questa lezione perché lui, Gaetano, era, anzi è, solito ripetere questa frase, ma respingeva il titolo di “professore” che gli veniva per errore affibbiato quando presentava il primo dossier sulle mafie in Emilia Romagna realizzato nel 2011 grazie al contributo dell’associazione NoName di Bologna. Fossi stato in lui un po’ me la sarei tirata e ne sarei stato orgoglioso. Se la scuola teme più la Mafia della Giustizia allora perchè non fregiarsi del titolo ottenuto sul campo? Se Valentino Rossi è laureato honoris causa insieme a Vasco...
 In ogni caso qualcosa strideva: lui ripete che la mafia teme più la scuola della giustizia, ma a parte i dossier aveva esperienze dirette? Aveva contatti con professori o aveva scelto una carriera universitaria, un dottorato, il corso di scienze della formazione? Non se sono sicuro, ma mi pare di no. Eppure era una frase che ritornava spesso nei suoi discorsi.
Noi a Rimini siamo oggettivamente fortunati: le scuole funzionano bene, hanno discreti servizi e offrono un buon livello di preparazione stando alla mia esperienza personale. Si fa anche educazione civica e talvolta si parla anche di attualità. Forse in Sicilia, dove Gaetano è nato e cresciuto non è così. In fondo un recente sondaggio fatto sull'isola mostrava come Falcone e Borsellino venissero considerati a dir bene degli illusi a combattere la Mafia.
 Eppure, non ho capito come potesse la mafia temere più la scuola che la giustizia. La giustizia e giudici infami rappresentano lo Stato da combattere per i mafiosi, perchè è la bilancia calibrata per essere perfettamente in linea in uno stato di diritto a decidere delle sorti del mafioso e dei suoi beni (grazie alla legge Rognoni-La Torre, per la cronaca), non la scuola. L’ho capito tardi il perché. Ma alla fine ci sono arrivato.
 
 
È stato poco tempo fa con l’operazione antidroga denominata “Ceres”,dal nome con cui venivano indicate le dosi che venivano vendute. Apro una parentesi per dire: la Ceres è una pessima birra in confronto al nettare di alcune birre artigianali. Ma comparare la magia di una buona birra (non la Ceres quindi) ad una dose di cocaina mi sembra un insulto. 
 
Vabbé. Il luogo dove si spacciava era un bar molto noto nel circondario di casa mia. Un bar storico dove mio padre, prima che cambiasse gestione (e diventasse il Bar Euro) ci andava a giocare a carte e dove io mi ritrovavo più tardi con i miei amici a vedere le partite di Champions League o di Campionato (di Sky neanche l’ombra in casa mia). Il locale ora è deserto perché mi pare si sia trasferito o semplicemente i gestori se ne sono andati; di certo c’è che dei ragazzi sui venticinque anni, miei coetanei, avevano fatto il salto di qualità passando da piccoli spacciatori a veri e propri trafficanti con contatti fuori regione in Lombardia, a Foggia e a Roma.  Al momento dell’arresto la polizia ha sequestrato 580 grammi di cocaina e 2.600 di hashish.
 
Il Bar da un po’ di tempo aveva dei giri strani. Lo si notava da fuori. O almeno così sembrava a me e a quei miei amici che con Sky in casa ormai non mettevano più piede lì. E l’operazione “Ceres” non ha fatto altro che confermare quelle impressioni: soltanto che, a parte i soliti picchiatori chiamati a riscuotere a suon di botte chi non pagava, tra i vari arrestati c’erano dei miei conoscenti e in particolare un mio compagno di classe delle Medie.
 
Non siamo mai stati amici, ma di sicuro a me non stava antipatico M. (il nome non mi va di farlo e in ogni caso si trovano facilmente tutti i nomi della "banda" su internet). Facevamo, insieme con quei soliti compagni di cui sopra, un gran casino in classe, ma con la differenza che io a scuola non andavo male, mentre lui sì. Particolarmente male. Se non ricordo male la sua situazione in casa non era delle migliori; non ci scommetterei sopra però. E se non erro, non credo abbia proseguito oltre la scuola dell’obbligo.


Questo perché con lui la scuola ha fallito. Con me, grazie al caso di esser nato in una famiglia dove il valore dell'istruzione è sempre stato supremo, no. Merito della scuola che diviene un esercizio stimolante di automiglioramento per chi decide di accettarne, o ne capisce, gli ingranaggi. Con lui non è successo; in tre anni non ha saputo instradarlo. Necessitava più aiuto di altri, o semplicemente più incoraggiamento per capire l'importanza dell'apprendimento. Al borghesotto di turno (il sottoscritto) l'ha fatto capire; a lui, sicuramente più "proletario" di me, no.
La scuola non ha saputo rendergli la strada verso l’educazione in discesa.  Anzi, l’ha resa ancor più in salita come del resto ad altri ragazzi, arrestati con lui e che conoscevo per essere i bulli della scuola con diversi problemi a casa. Anche qui la scuola ha fallito. Colpa dell’istituto che hanno frequentato (che poi era il mio)? Colpa degli insegnanti? Non credo, onestamente. Forse dei vari governi che sull’istruzione investono sempre meno? Può darsi, come è probabile che la colpa ricada anche su noi compagni di classe, a quell'età forse troppo egoisti per pensare alle difficoltà altrui.
 
Di certo però questi ragazzi hanno scelto la via opposta alla mia e a quelli di tanti ragazzi che hanno trovato una ragion d’essere nella lotta per la giustizia con tutti i vari aggettivi che accanto si possono mettere: sociale, prima di tutto. E in questo caso senza la scuola avrei faticato ad aggiungere qualcosa alla parola giustizia; forse penserei a Cosentino come ad un perseguitato, per intenderci. Che sia giusto o no considerare la giustizia in primis sociale prima che applicazione della legge, socraticamente, so di non saperlo. Come ignoro se sia giusto insegnare ai ragazzi più piccoli di me che il rispetto delle regole è giusto, fino a quando le regole sono nel nostro intimo giuste.
Altrimenti legalità, un termine molto di moda nell'antimafia, diviene conformismo e asservimento al potente di turno. Altrimenti, come vorrebbe certa intellighenzia (anche antimafiosa, per carità!) dedita a declamare la bellezza del rispetto di tutte le regole, Rosa Parks siederebbe ancora nel posto per "negri", seppure nella democrazia più avanzata al mondo. Non lo se sia giusto pensarla così, però almeno grazie alla scuola sono riuscito a sviluppare questi pensieri con la mia testa.
 
 Quando ho visto le facce di questi ragazzi sullo schermo del computer ho realizzato tutto. Che Gaetano aveva ragione. E prima di lui Caponnetto. Una scuola sana è il primo vero muro di fuoco contro la criminalità. Lo posso dire anche io con cognizione di causa: la mafia teme più la scuola della giustizia.
 
Davide Vittori

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