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Mafie in Europa e confisca dei beni

Categoria: Legislazione
Pubblicato Mercoledì, 30 Maggio 2012 18:44
Scritto da Super User
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FEDERICOALAGNA

Pubblichiamo volentieri un interessante articolo dell'amico Federico Alagna

 

Crimine organizzato: perché la proposta di direttiva sulla confisca in Europa convince solo a metà. Un commento

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La lunga esperienza italiana di lotta al crimine organizzato, in particolar modo di tipo mafioso, ci insegna l’estrema importanza della confisca come strumento di contrasto e deterrenza. Ed anche fuori dal nostro Paese, sia all’interno degli altri ordinamenti statuali sia a livello di accordi internazionali, così come nella legislazione europea, si riscontra quasi sempre una qualche norma che consenta per lo meno la confisca dei proventi di reato. Il grado di efficacia che lo strumento della confisca può offrire varia però notevolmente di paese in paese, anche all’interno della stessa Unione Europea, in base a come essa viene tratteggiata dal legislatore. Da cui, evidentemente, la necessità di uniformare o quantomeno riavvicinare la legislazione degli stati membri.
 
La proposta di una direttiva sul sequestro e la confisca dei proventi di reato, presentata dal Commissario Europeo per gli Affari Interni Cecilia Malmström il 12 marzo scorso, si muove evidentemente in questo senso, rappresentando un tentativo di correggere e integrare la legislazione prodotta da Bruxelles dal 2001 in poi sul tema, raccolta in quattro decisioni quadro ed una decisione del Consiglio. Accolta come rivoluzionaria e frettolosamente etichettata come l’esportazione in Europa del modello italiano di lotta alla criminalità organizzata, questa proposta, pur contenendo tanti importanti elementi di novità di cui bisogna dare atto, esprime un grande limite (forse più culturale che meramente legislativo) nella esclusione delle forme non penali di confisca, essenza peraltro del citato modello italiano.
 
A livello astratto, infatti, prendendo in considerazione la generale normazione degli stati in materia di confisca, è possibile identificarne tre forme principali. La prima, per certi versi quella “classica”, è la confisca dei proventi del reato o dei mezzi utilizzati per la sua commissione, che viene inflitta dal giudice al termine del processo penale. La seconda, definita ‘confisca allargata’, al pari di quella “classica”, viene pronunciata dal giudice al termine del processo penale, ma verte non solo sui mezzi o i proventi del reato, bensì anche sulla parte del patrimonio del condannato la cui legittimità non venga dimostrata dal condannato stesso. In questo caso si parla generalmente anche di ‘inversione dell’onere della prova’, poiché dovrà essere il condannato a dimostrare la legittimità del suo patrimonio e non la pubblica accusa a dover dimostrare l’illiceità del patrimonio medesimo. La ratio di questa previsione normativa è quella, da un lato, di rendere più semplice la confisca e, dall’altro, di agire in modo incisivo sulla sfera patrimoniale del condannato. Il terzo tipo è quello che ci interessa maggiormente, essendo ciò che manca nella proposta di Malmström. Si tratta della confisca non penale (o non fondata su una condanna, traducendo dall’inglese) che si applica, come nel caso della confisca allargata, sulla totalità dei beni di origine illecita del reo. Ma come suggerisce il nome stesso, ciò non avviene al termine di un processo penale, bensì di un processo civile o ad hoc (in Italia è il procedimento di prevenzione). E’ questa la famosa confisca introdotta nel nostro ordinamento dalla legge Rognoni-La Torre del 1982, la cosiddetta confisca “antimafia”, in quanto utile al contrasto dei sodalizi mafiosi quando, a causa principalmente dell’omertà, arrivare alla celebrazione di un processo penale è spesso difficile. Essa rappresenta il fondamento del modello italiano di lotta al crimine organizzato, da trent’anni a questa parte (non a caso il suo ideatore, Pio La Torre, pagò con la vita l’impegno per l’approvazione di tale legge).
 
Non sono molti i Paesi del mondo che prevedono una simile possibilità (in Europa è da menzionare l’Albania) ed il più delle volte, fuori da tali stati, è perfino ignoto il funzionamento di tale procedimento. I dubbi espressi in merito alla confisca non penale derivano generalmente dal timore di un suo uso distorto, derivante dalla possibilità di confiscare in assenza di una condanna penale. Timore infondato, essendo sempre e comunque richiesto (in Italia come negli altri ordinamenti che si avvalgono di questo strumento) l’accertamento della pericolosità sociale del soggetto da parte di un giudice. In sostanza è richiesto qualcosa in meno di quanto servirebbe per dare vita a un processo penale, ma comunque ben più che il semplice sospetto o la mera congettura di un pubblico ministero. È su queste basi che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte sancito la legittimità di tale procedura, che non lede in alcun modo né il diritto di proprietà né il principio dell’equo processo. Insomma, uno strumento non soltanto utilissimo ma anche perfettamente in linea con gli standard europei di garanzia dell’imputato.
 
 
FEDERICOALAGNA2
 
 
 
 
Eccolo, dunque, il “modello italiano” di confisca. Del quale, però, non vi è traccia nella proposta di direttiva presentata da Malmström. Quando, infatti, all’articolo 5 di tale proposta, si parla dell’introduzione della “non-conviction based confiscation”, essa viene prevista solo nei casi di grave malattia, morte o latitanza dell’imputato di un processo penale. In tali situazioni, si legge, agli stati membri viene richiesto di assicurare l’esecuzione della confisca attraverso canali non penali; negli altri casi, di confisca non penale non se ne parla affatto. Intendiamoci, la proposta di direttiva europea è pur sempre un progresso, ma appare ancora troppo poco nella prospettiva di una più ferma opposizione al crimine organizzato transnazionale.
 
Tutto ciò fa scaturire ulteriori dubbi, se si considera che la Convenzione del Consiglio d’Europa del 1990 sul sequestro e la confisca dei proventi di reato prevede la possibilità per gli stati contraenti di dare esecuzione in sede di cooperazione giudiziaria a forme non penali di confisca e che, non a caso, è questo lo strumento utilizzato dalle autorità italiane quando si tratta di eseguire confische di prevenzione all’estero. O, ancora, che la stessa UE aveva sollecitato, con la Decisione quadro 2005/212/GAI, un’apertura degli stati membri verso la confisca come strumento repressivo di carattere generale, al di là della natura specifica da essa assunta negli ordinamenti nazionali, salvo poi tornare indietro con la Decisione quadro 2006/783/GAI, che rappresenta il punto più evoluto dell’acquis comunitario in tema di confisca, e che, purtroppo, prende in considerazione solo le forme penali di sanzione patrimoniale.
 
In Italia, nel solo 2009 (dato più recente), sono stati realizzati 201 sequestri e 126 confische non penali: questi numeri spiegano da soli perché la disponibilità di una simile risorsa a livello europeo rappresenterebbe il vero salto di qualità nella lotta a tutte le forme di crimine organizzato.
L’auspicio di chi scrive è, quindi, che si riveda parzialmente la proposta Malmström, introducendo le forme non penali di confisca, al pari del riutilizzo sociale dei beni, come avviene in Italia sulla base della legge 109 del 1996. L’impianto generale della direttiva, infatti, seppur convincente (come in merito all’introduzione della confisca allargata e della confisca a terzi – i cosiddetti prestanome), è ancora troppo lontano da quel “modello italiano” che, almeno in tema di lotta al crimine organizzato, rappresenta l’avanguardia a livello mondiale.
 
 
Federico Alagna
 

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