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Direzione nazionale antimafia 2013 pt.1: la Camorra che al Nord si fa impresa


Camorra Relazione direzione nazionale antimafia


La vocazione dei gruppi di stampo camorristici per "fare impresa" è un dato giudiziario ormai consolidato, soprattutto al Centro-Nord Italia. La Direzione Nazionale Antimafia, nella sua ultima relazione annuale resa pubblicata qualche giorno fa, analizza le caratteristiche dei gruppi e dei clan di camorra nelle loro manifestazioni tra Nord e Sud.

Se nei territori d’origine la camorra ha il monopolio delle più svariate attività economiche – dai servizi di onoranze funebri (clan Moccia di Aversa) al mercato dello zucchero (Schiavone), passando per le tradizionali scommesse sportive – fuori da questi i clan si spartiscono (e in certi casi si contendono) ogni genere di settore imprenditoriale.

 

Dopo aver evidenziato brevemente lo stretto interesse del clan Mallardo e di quelli casertani per le attività economiche nel Lazio, in particolar modo quelle a sud di Roma (attenzione fondata, come dimostrano le recenti inchieste che hanno riguardato quest'area geografica negli ultimi mesi), la DNA passa ad analizzare i casi più interessanti – di scuola – dell'esperienza camorrista lontana dalla Campania e dai territori di tradizionale influenza.



Abiti a firma clan Fabbrocino

Il primo caso menzionato è relativo alla prospera attività criminale sviluppata dal clan Fabbrocino di San Giuseppe Vesuviano a partire dalla città di Brescia. E' qui che il nuovo reggente del sodalizio, Biagio Bifulco, sfruttando il fatto di dover scontare la libertà vigilata in quella zona, è riuscito ad intraprendere un robusto traffico criminale a partire dalla Lombardia. I fatti sono narrati nell'operazione Fulcro del dicembre 2012. E' proprio la peculiare capacità imprenditoriale del clan – sottolinea la Direzione Nazionale Antimafia – a far sì che gli affari illeciti dei Fabbrocino si espandano e si sviluppino a loro volta in altre regioni, tra cui Emilia-Romagna, Umbria e Marche, con particolare fortuna nei settori tessili e alimentari. E' una sofiscata strategia criminale che sfrutta abilmente fattori avversi (in questo caso la forzata permanenza del boss camorrista) per estendere la propria influenza lontano dalle zone di origine e per porre il proprio marchio sui più rinomati negozi d'abbigliamento di Brescia e Bergamo.



Casalesi in Versilia

Un'altra vicenda significativa riportata dalla DNA riguarda invece la Versilia e ai clan casalesi riconducibili ad Antonio Iovine. In Toscana la camorra è già presenti da decenni, legata a storiche famiglie riconducibili alle varie fazioni che nel corso dei decenni hanno occupato le prime pagine dei giornali, oltre a comparire negli atti del processo Spartacus. Il caso narrato è quello di due imprenditori di origine campana: il primo, Stefano Di Ronza, imparentanto con alcuni camorristi, che trasferitosi a Viareggio si mette a disposizione dei clan aversani la propria impresa nel settore dello smaltimento di rifiuti; il secondo, Maurizio Di Puorto, legatissimo a Iovine, che a seguito di uno sgarro verso esponenti del clan si trasferisce anch'egli a Viareggio. "E’ da quel momento – scrive nero su bianco la DNA - che prende a coagularsi in Versilia qualcosa che somiglia ad una cellula criminale di matrice casalese, formata da soggetti che in Toscana non fanno altro che operare come in provincia di Caserta, ponendo in essere estorsioni in danno di imprenditori edili anch’essi campani, individuati dallo stesso Di Ronza".

Un meccanismo, ricordano i magistrati della procura nazionale antimafia, molto simile a quello adottato dalla 'ndrangheta nel Nord Italia e che ha funzionato per così lungo tempo proprio in virtù del fatto che chi operava al di fuori della regione non ha mai reciso i legami con i casalesi.

 

 

Camorra relazione direzione nazionale antimafia

 

 

Altra riviera, altra camorra

Il terzo caso preso in esame dalla Direzione Nazionale Antimafia è infine quello che interessa la riviera romagnola e la Repubblica di San Marino e ha ad oggetto le diverse e già note indagini (sulle quali abbiamo scritto già tutto e di più) Vulcano-Staffa-Titano, vale a dire sul cosiddetto "Universo Vallefuoco", così descritto nell'ultima Relazione annuale:

"Centrale è la figura di un soggetto campano, Francesco Vallefuoco, a capo di un gruppo criminale specializzato nel recupero crediti in favore di imprenditori che preferivano seguire scorciatoie illegali rispetto alle normali procedure, con il coinvolgimento di una società finanziaria sammarinese e di professionisti (ad esempio, notai) anch’essi di origine romagnola. Il fine ultimo di tale organizzazione era costituito dallo svolgimento di un vero e proprio servizio di riciclaggio per conto di gruppi camorristici, che – evidentemente in ragione delle asimmetrie normative e fiscali che presenta l’ordinamento dello Stato di San Marino rispetto allo Stato italiano - trovavano nell’organizzazione di Vallefuoco un efficacissimo veicolo per lavare il denaro sporco.

Ma la poliedricità di quest’ultimo e l’intreccio di relazioni che è in grado di alimentare, oltre a sollecitare un’elevata attenzione investigativa da parte di più Uffici, determinano pure difficoltà interpretative rispetto alla definizione giuridica del ruolo ricoperto nelle sue varie manifestazioni“

Proprio con quest'ultima riflessione i magistrati della DNA centrano il punto che tanto spesso in passato abbiamo, assieme ad alcuni quotidiani locali (L'Informazione di San Marino in primis), rimarcato: la fitta di relazioni e affaristica gestita da Vallefuoco ha causato numerose difficoltà sia a chi volesse comprendere appieno il complesso quadro dell'Universo Vallefuoco (problema che abbiamo tentato di risolvere grazie ad una mappa esemplificativa) sia soprattutto per le diverse Procure che sui diversi aspetti di queste vicende hanno aperto un fascicolo, rischiando di non cogliere appieno il contesto in cui muovevano e di disperdere energie preziose. E' un aspetto a nostro avviso particolarmente interessante, sul quale si concentrerà il prossimo approfondimento della Relazione.

 

Al Nord il metodo mafioso

Apparentemente potrebbe sembrare un aspetto secondario o di minore importanza, ma così non è se si considera che la principale difficoltà di magistrati e investigatori nel contrasto alla criminalità organizzata al centro-nord è legata proprio aimolteplici volti che le mafie mostrano quando si muovono al di fuori dei propri confini tradizionali. E la conclusione della Direzione Nazionale Antimafia riflette proprio tale orientamento: fuori dal proprio territorio di originale influenza non è il vincolo associativo ad essere esportato, bensì il metodo mafioso, “che può diventare risorsa spendibile anche da chi non sia organicamente inserito in un determinato clan camorristico, ma che comunque trova nei contatti e nelle relazioni con alcuni suoi esponenti l’opportunità di perseguire strategie criminose particolarmente insidiose“.


Patrick Wild
@Pat_Wild


 

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