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Si fa presto a pentirsi

 

Il Fatto Quotidiano riporta questa notizia:

Ieri era atteso in aula per deporre e non si è presentato. Oggi il pentito di ‘ndrangheta Nino Lo Giudice è tornato a dare notizie di sè con una lettera, una sorta di memoriale, inviato all’avvocato Francesco Calabrese. La missiva è stata consegnata al penalista dal figlio di Lo Giudice nell’aula del Tribunale di Reggio Calabria in cui è in corso il processo Meta.

Dopo che si è appreso del testo, nell’aula bunker del Tribunale sono arrivati i Procuratori della Repubblica aggiunti Michele Prestipino ed Ottavio Sferlazza che hanno avvertito il Procuratore della Repubblica, Federico Cafiero De Raho.

Il contenuto della lettera è stato secretato, tuttavia, da quel che è possibile ricostruire, nella lettera il pentito Lo Giudice scrive di voler ritrattare tutte le accuse perché frutto, dice, “di pressioni di alcuni magistrati della Dda”. Lo Giudice esclude di essere o di conoscere il regista degli attentati del 2010 alla Procura generale

ed alla casa del pg Di Landro di cui si era accusato. “Mio fratello Luciano – scrive il pentito Nino Lo Giudice nella lettera – ha resistito a quelle pressioni, mentre io non ci sono riuscito”.

L’avvocato Francesco Calabrese, nel processo Meta, difende il boss Pasquale Condello, arrestato nel 2008 dopo una latitanza protrattasi per 18 anni. La lettera è contenuta in un plico in cui si trova anche una pen drive con immagini di Lo Giudice mentre legge la missiva.

Un pentito calabrese, quindi, ritratta. Non sappiamo se di sua sponte o a causa di pressioni esterne. Tuttavia, partendo dalla buona fede dei magistrati, non si può pensare che questi abbiano indotto a pentirsi un esponente della criminalità organizzata, se questi non l'avesse voluto, esponendolo così al rischio di ripercussioni sulla sua persona e sulla famiglia. Più facile è immaginare che le "pressioni" esterne abbiano avuto la meglio e che la sfiducia nei confronti delle istituzioni che avrebbero, in caso di pentimento, vigilato sull'incolumità del soggetto, abbia prevalso.

Le considerazioni da fare in questo caso sono due: la prima riguarda la inestricabile questione del pentitismo; non si tratta mai di una decisione a cuor leggero nè da parte di chi la compie nè da parte dello Stato che l'accoglie (poichè fornisce un vantaggio ad un criminale a detrimento della sete di giustizia di chi da quel criminale è stato leso), ma è fondamentale per conoscere il funzionamento di organizzazioni criminali che fanno del segreto e del patto di sangue due caratteristiche precipue del loro essere. Il pentitismo quindi è un fenomeno utile allo Stato e, nonostante faccia un torto alla vittime, molte di queste e molti loro famigliari hanno difeso la legge che istituiva tale figura, in vista di un bene maggiore, ossia il debellamento delle mafie largamente intese. 
La seconda questione non prescinde dalla prima; ossia, non può esservi pentitismo se le istituzioni non sono forti a tal punto da contrastare la ritorsione dell'organizzazione criminale nei confronti del soggetto pentito. E su questo punto l'Italia ha molta strada ancora da fare non solo attraverso leggi che non scoraggino i criminali a pentirsi, ma soprattutto attraverso una legittimità da parte dei decision-makers. Una legittimità di cui in questi anni è palese l'assoluta mancanza.

Davide Vittori

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