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Cinquantamila firme per Liberarci dalla corruzione mafiosa

Categoria: Italia
Pubblicato Giovedì, 19 Gennaio 2012 18:54
Scritto da Super User
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Cinquantamila firme per Liberarci dalla corruzione mafiosa
 
La Corte dei Conti ha stimato che la corruzione in Italia costa 60 miliardi di euro alla comunità. Una cifra enorme, se si considera che nemmeno le manovre (o quasi) varate l'anno passato sono arrivate a tanto. Definire la corruzione una piaga nazionale non sembra quindi sbagliato, considerando tanto le recenti vicende legate alle tangenti nella sanità lombarda, quanto i sistemi criminogeni su cui la magistratura sta lavorando - le cosiddette P3 e P4.
Non si tratta nemmeno di un fenomeno recente, d'altronde: già nel 1952 Achille Lauro prometteva un paio di scarpe in cambio di un voto. Una scarpa prima di votare e l'altra una volta accertato che il segno sulla scheda era stato fatto correttamente. Il voto di scambio è l'apice dell'atto corruttivo, perché incide malignamente sul sistema democratico, minando le basi della libera e consapevole scelta da parte di un cittadino del candidato preferito.
Tangentopoli, nel 1992, scoperchiò un vero vaso di pandora che, seppur non incidesse platealmente sul voto di scambio, sicuramente si avvicinava a tale pratica, rendendola ancora più odiosa agli occhi dei cittadini comuni, in quanto a praticarla non erano i poveri delle periferie delle città del Sud, ma dei colletti bianchi, perfettamente inseriti nella società democratica, i quali approfittavano della liquidità a disposizione in cambio di favori negli appalti pubblici. Quegli stessi colletti bianchi potevano ben definirsi organici ai partiti ai quali versano del denaro: se è vero che nessun uomo, nemmeno Stalin, secondo il famoso slogan democristiano, poteva guardare dentro la cabina elettorale di questi personaggi, è lecito pensare che i loro voti, al pari di quelli dei loro fedeli, andassero a chi garantiva maggiori commesse pubbliche.
Al Sud e, più recentemente nel Nord, la corruzione e il voto di scambio erano (e sono) legati a doppio filo con le Mafie. Chi dispone di più liquidità, proveniente ovviamente da attività illecite, per poter far eleggere un tal deputato, senatore o consigliere, se non la criminalità organizzata?
Difatti, oltre al bacino di voti che posseggono semplicemente mobilitando la loro base, i mafiosi non si fanno scrupoli ad “investire” del denaro durante una campagna elettorale, al fine di comprare i voti necessari a far eleggere un uomo di fiducia. In cambio chiedono lealtà e obbedienza: stando alle ricostruzioni degli inquirenti, il caso Di Girolamo è in questo senso lampante.
Eletto nelle file di Alleanza Nazionale, viene eletto senatore grazie ai voti degli italiani all’estero. Peccato che, secondo i magistrati, fosse residente in una via inesistente del Comune di Etterbeek, in Belgio. Nel 2008, il Senato nega il placet alla richiesta d'arresto domiciliare, per le accuse "di aver attentato ai diritti politici dei cittadini, falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla sua identità, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici determinata dall'altrui inganno, concorso in falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, concorso in falsità in atti destinati alle operazioni elettorali, false dichiarazioni sulle sue generalità". Una seconda richiesta d’arresto arriva nel 2010. Questa volta, l’accusa è ancora più grave (se possibile): l’imputazione è quella di aver partecipato ad sodalizio criminale attivo nel riciclaggio di denaro e di essere stato eletto grazie ai voti della ‘ndrina Arena (tra l’altro attivissima nel settore del riciclaggio a Modena, dove le sono stati sequestrati 300 mila euro), che secondo la magistratura si era premurata di comprare, (sì, comprare!) le schede elettorali degli immigrati calabresi, mettendo in calce la X su Di Girolamo.
Nel processo per associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di ingenti somme di danaro effettuato a livello internazionale e violazione della legge elettorale e di scambio elettorale aggravato dal metodo mafioso, Di Girolamo concorda con patteggiamento una pena di 5 anni di reclusione e la restituzione di 4,2 milioni di euro.
La magistratura napoletana, invece, si è spinta più avanti, chiedendo l'arresto addirittura di un sottosegretario del governo Berlusconi, quel Nicola Cosentino accusato di aver fatto pressioni su alcuni funzionari dell’Unicredit per sbloccare una pratica relativa a un prestito di cinque milioni e mezzo di euro, che sarebbero serviti a costruire un centro commerciale a Casal di Principe in favore dell’imprenditore Nicola Di Caterino, cugino dei fratelli Giuseppe e Massimo Russo, del clan dei Casalesi. E su cui il Parlamento ha recentemente espresso parere contrario all'arresto.
Non è il caso di ricordare le miriadi di altri episodi che, a livello locale, hanno infangato la res pubblica e la democrazia: alle Mafie non interessa solo poter contare su qualche uomo a Roma; il controllo del territorio, ancora di fondamentale importanza nella strategia mafiosa, nonostante l'espansione su scala mondiale dei propri affari, parte dall'elezione di un consigliere comunale, provinciale o regionale, capace di direzionare gli appalti nella direzione da loro auspicata.
Teoricamente, la legge prevedrebbe un meccanismo sanzionatorio per questo tipo di pratica. È l'art. 416ter.
La storia del 416 ha dell'incredibile e riflette la noncuranza e la scarsa lungimiranza di parte della classe dirigente italiana. Non tutta, però; il rischio di voler accomunare tutti i politici nello stesso calderone di incapacità e privilegio è uno sport che va molto di moda, ma non è di certo utile per capire la storia italiana, in particolare del movimento antimafia.
Questa premessa era necessaria per comprendere fino in fondo le vicende legate a tale famigerato articolo. Il 416 nella sua prima articolazione puniva l’associazione per delinquere con una pena che poteva arrivare sino a e più anni sette anni. Ci vollero due omicidi eccellenti per introdurre il reato di associazione mafiosa, il 416bis. Il primo a cadere sotto i colpi della Mafia siciliana, il 30 aprile, fu il deputato comunista Pio La Torre, il secondo, il 3 settembre, fu il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Era il 1982. Solo successivamente, a Roma, le acque si mossero per dar vita a quella che sarebbe stata denominata la legge Rognoni-La Torre, il 416bis appunto. I mafiosi, per la prima volta nel codice penale, vennero chiamati con il loro nome e, sempre per la prima volta, ai mafiosi veniva a mancare uno strumento di potere, vale a dire i propri beni, la “roba” di verghiana memoria, di cui si disponeva la confisca qualora fosse stato accertata l'appartenenza a Cosa Nostra dell'imputato. Pio La Torre fu il primo ad intuire la portata storica che tale legge avrebbe avuto nel contrasto alla Mafia. Dovette donare la vita per farsi ascoltare. 
Gli altri due eroi, impressi nella memoria collettiva di questo paese, sono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Anche qui si dovette aspettare che la strategia terroristica si esprimesse in tutto il suo crudele potenziale per arrivare ad un'ulteriore modifica dell'articolo, 416ter, che prevedeva la sanzione in caso di voto di scambio tra politici e mafiosi. Per ironia della sorte, o per una inquietante coincidenza, proprio sull'uccisione di Borsellino la magistratura sta indagando per accertare se quest'ultimo fosse a conoscenza di una possibile trattativa tra Stato e Mafia in quegli anni.
Uno scambio, non di voti, ma di potere: finire con lo stragismo in cambio del rilassamento della legge sul carcere duro (il 41bis) e magari del via libera alla strategia dell'imprenditorialità mafiosa, vale a dire più affari e meno morti. La Storia, oltre che la magistratura, ci dirà realmente cosa accadde.
Questa modifica, tesa a sanzionare i rapporti politica-mafia, nasce monca perché, come recentemente ha fatto notare Roberto Scarpinato su Micromega, non sanziona tutti i tipi di voto di scambio, ma solo quelli che implicano una dazione di denaro da parte del mafioso. Le altre fattispecie corruttive (dai massaggi in centri di benessere, alle vacanze pagate o a qualsiasi altro favore immateriale) non sono contemplate dalla legge. Siamo di fronte ad un vuoto normativo che deve essere colmato al più presto, attraverso l'estensione della punibilità del voto di scambio ove si riscontri un baratto di qualsiasi tipo tra politico e mafioso. In parole spicce, si deve punire il do ut des, indipendentemente dal quid, la cosa che si sta scambiando.
La proposta esiste ed è stata elaborata fattivamente proprio da Scarpinato. Attende solo di essere tramutata in legge. Se la classe politica non ha la volontà di farlo, sarebbe bene che fosse la società civile a mobilitarsi con tutti gli strumenti a disposizione a partire dalla raccolta firme per una legge popolare. 
Limitarsi ad azioni di facciata è improduttivo. Qui, non è possibile esimersi dal muovere una critica all'associazione Libera. Non per volontà di polemica, ma poiché, come sosteneva John Milton nell’Areopagitica “chi esalta liberamente ciò che è stato fatto in modo egregio e non teme di dichiarare, altrettanto liberamente, ciò che potrebbe venir fatto meglio, vi dà la prova della propria fedeltà”.
La recente campagna lanciata dall'associazione, intitolata “Corrotti”, prevedeva l'invio al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di cartoline, senza alcun valore legale, al fine di chiedere al governo e al parlamento di adeguare il codice alle leggi internazionali anticorruzione e per dare piena attuazione alla norma, già introdotta nella Finanziaria 2007, che prevede la confisca e il riutilizzo sociale dei patrimoni sottratti dai corrotti al bene comune.
Iniziativa lodevolissima, ma che non incide fattivamente sulla società, specie in periodi di profonda crisi, dove sono altri i temi alla ribalta della cronaca politica. Dietro questa decisione sembra esserci una scelta al ribasso, alla partecipazione low-cost, non vincolante. Il contrario di quanto ha fatto magnificamente proprio Libera stessa con la proposta di legge di iniziativa popolare, tramutatasi nella legge 109 del 1996 che permette l'assegnazione dei beni confiscati per fini sociali.
Credere nei movimenti provenienti dal basso come quelli manifestatisi durante le campagne referendarie è una necessità dalla quale un'associazione come Libera non può esimersi, soprattutto a livello locale, dove i cittadini comuni, se motivati a mobilitarsi, hanno dimostrato di sapersi far ascoltare, come è accaduto per i referendum di giugno. Solo quando si saranno depositate 50.000 firme, se la classe politica non approverà in tempi record tale riforma di legge, allo stesso modo con cui si è approvata in un mese una finanziaria necessaria e al contempo devastante per la tenuta sociale, potremmo asserire che dietro all'inazione parlamentare c'è una volontà ben precisa di non lottare con forza contro la Mafia. Al contempo è necessario chiedere immediatamente al Governo di ratificare la Convenzione Penale sulla Corruzione del Consiglio d’Europa. Sono dieci anni che l’Italia attende di ratificarla. Un vero e proprio scandalo che ha come compagni d’avventura la Germania, l’Austria, ma anche il Liechtenstein e, dulcis in fundo, San Marino, il non-più-paradiso-fiscale, che non pochi problemi ha causato all’Italia, grazie alla sua scarsissima trasparenza sulle norme antimafia e antiriciclaggio.
La criminalità organizzata ha molto più da temere da una legge, che non dai libri presentati in pompa magna dai vari politicanti o dalle relazioni della Commissione antimafia. Libera può liberaci dai corrotti, così come ha tentato di fare con la mafia, sulla scorta di un grande uomo dimenticato da tutti i dibatti sui personaggi più importanti della storia d’Italia perché aveva la stigma di essere comunista e di non chiamarsi Berlinguer e Napolitano: Pio La Torre.

Davide Vittori 
 
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