Questo sito utilizza dei cookie tecnici e di terze parti. Continuando con la navigazione l'utente accetta il loro utilizzo

Attentato alla giustizia. 150 anni di trattative Stato-Mafia

 

 Attentato alla giustizia. 150 anni di trattative Stato-Mafia

Attentato alla giustizia. 150 anni di trattative Stato-Mafia.

Nicolò Cavalli - 17 marzo 2012
Piergiorgio Morosini è magistrato al Tribunale di Palermo. Romagnolo d'origine, ieri sera Morosini è tornato nella sua terra per raccontare il proprio quotidiano impegno di contrasto alla criminalità organizzata. Davide Vittori, uno degli organizzatori dell'incontro, interviene su Linkiesta per sintetizzare i temi del dibattito.
 
di Davide Vittori *
La Trattativa” Stato-Mafia non esiste. Esistono “Le Trattative”. 1870, un questore di Palermo, tal Albanese, per risolvere la questione dell’ordine pubblico nell’isola siciliana decide di rivolgersi ad un clan mafioso, in aperta rivalità con altre cosche. Grazie allo zelo del procuratore dell'epoca, Albanese viene messo sotto processo con l’accusa di essere stato mandante di un omicidio.Per fuggire alla cattura si rifugia nella casa dell’allora presidente del consiglio, Giovanni Lanza.
Già a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento si parlò dei rapporti tra mafia, ricchi latifondisti e noti esponenti politici. Lo fece, in un famoso rapporto, un procuratore romagnolo trapiantato a Palermo: Ermanno Sangiorgi. Ecco perché, a cento anni di distanza, sorprendersi dell’esistenza di una trattativa tra Stato e Mafia per la revisione del carcere duro (il famoso 41 bis) è quantomeno da ingenui. In un capitolo del suo libro “Attentato alla Giustizia”, edito da Feltrinelli, Piergiorgio Morosini ricostruisce proprio le alterne vicende dei rapporti intercorsi tra crimine organizzato e settori deviati della politica italiana.
Il quadro che emerge ci induce a credere che non sia esistita solo l’ultima trattativa, quella seguita alla strage di Capaci del 23 maggio 1992, come dimostra inequivocabilmente la recente sentenza dei giudici di Firenze, ma che essa non è stata altro che il proseguimento di un consolidato modus operandi della mafia. Alla base di tutto troviamo uno scambio, un baratto puro e semplice, nel rispetto della ormai perduta cultura contadino-mafiosa; il “do ut des”. Io ti do protezione, io fermo le stragi e tu, Stato, ti premuri di farmi svolgere i miei affari senza disturbarmi. Dietro uno dei rompicapi più intricati della storia repubblicana c’è questo semplice calcolo. 
Lo stesso concetto sta alla base di uno dei temi caldi del momento, vale a dire il concorso esterno in associazione mafiosa: Morosini ricorda come, ad ogni sentenza che non sia di colpevolezza, questo reato viene rimesso in discussione perché, data la sua fondamentale importanza, va a toccare i poteri forti scardinando il connubio malavitoso tra i colletti bianchi, vero nerbo della ricchezza mafiosa, e i criminali stessi. Il nodo gordiano da sciogliere deve essere la corruzione e la trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni, e questa è divenuta una necessità che è fondamentale riconoscere per le regioni del Nord. Parlare di infiltrazione oggi è anacronistico. L’infiltrazione, secondo Morisini, implica che qualcosa di negativo si sia annidato in regioni integerrime, pronte a tutto pur di respingere l’assalto mafioso. Non è così, purtroppo.
In alcune regioni c’è richiesta di mafia, che passa attraverso il riciclaggio di denaro sporco, la richiesta di liquidità immediata, lo smaltimento di rifiuti tossici a prezzi quattro, cinque volte più bassi rispetto a quelli di mercato. Quando la pecunia non olet, la presenza mafiosa è garantita. Lo si sa bene sull’asse San Marino-Rimini, dove la Camorra non solo si è insediata, ma ricorre a metodi spregevoli pur di continuare ad operare nel territorio, come ha dimostrato l’operazione Vulcano, emblematica dello spirito dei tempi, in cui un imprenditore venne portato in un capannone ad assistere al pestaggio di un altro imprenditore. “Questo è quello che capita a chi si comporta male” furono le parole sibilate all’orecchio del malcapitato testimone.
Davanti a questi fenomeni è stato il silenzio a farla da padrone, al Nord come al Sud: omertà e sfiducia nelle istituzion sono, per Morosini, i due mali da combattere. Mali che la Magistratura non può risolvere, perché il compito spetta alla società civile, a tutti noi. 
 

Pubblicato su Linkiesta 

 
 
 

Comments:

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Joomla templates by a4joomla