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Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola

 

Cosa spinge centinaia e centinaia di ragazzi a macinare km di autostrada, svegliarsi in mezzo alla notte per salire su treni in direzione Torino o semplicemente rinunciare ad un weekend di svago come tanti loro coetanei?
 
La risposta è probabilmente la stessa che darebbero gli stessi ragazzi che ogni estate scendono in Sicilia, Campania, Calabria, Puglia, laddove sono sorte cooperative che ogni giorno lavorano i terreni confiscati alle organizzazioni mafiose, il cancro del nostro Paese. La stessa risposta che darebbero - e so benissimo essere quella - tutti coloro che lavorano con passione all'interno della propria associazione, per creare sensibilità alla tematica e fare informazione, vera. La stessa risposta che darebbe chi rompe sul serio i coglioni alle mafie.
 
La voglia e il bisogno di far sentire la propria presenza, di dare una mano e contribuire a "Liberarci dalle spine". Di stare accanto a coloro - magistrati, giornalisti, forze dell'ordine - che si mettono a disposizione per mettere alle strette mafiosi e collusi, per creare una nuova cultura basata sulla legalità, la condivisione e il bene pubblico (non quindi "Cosa nostra").
 
Il seminario di Libera nasce da questi premesse, il weekend del 7 e 8 Ottobre, per parlare inoltre più specificamente di infiltrazioni mafiose al nord e dell'introduzione del nuovo codice antimafia (entrerà in vigore il 13 Ottobre).
 
Stabilendo il nuovo record mondiale di corsa, riesco a dribblare passanti e torinesi dalla stazione di Torino Porta Nuova fino alla sede del Gruppo Abele, "creatura" di Don Ciotti.
 
Nell'aria fresca di questo venerdì d'Ottobre cominciano ad arrivare i primi ragazzi ed esponenti dei vari presidi ed associazioni antimafia su tutto il territorio. Son Don Ciotti eGiancarlo Caselli ad aprire le danze con il discorso di benvenuto e la firma del protocollo d'intesa tra Libera Piemonte e Unioncamere.
 
Ha ragione chi dice che si ha la sensazione di appartenere ad un filo lungo, che collega i soci delle cooperative ad ogni ragazzo che ha partecipato ad almeno un campo, ragazzi che pur non conoscendosi direttamente vengono a scoprire di avere lavorato negli stessi campi, conosciuto le stesse persone lungo il proprio percorso. E' il filo lungo che ti lega a Pino Maniaci che ride sotto i baffi e ai prodotti lavorati sui campi appartenuti ai mafiosi, quelli che "ti fanno sorridere quando li apri, perché ti ricordi le facce delle persone con cui hai lavorato". 
E' lo stesso filo di Don Ciotti e Nando Dalla Chiesa, dei ragazzi dei campi di Polistena e quelli di Corleone e Canicattì. Del Gruppo Antimafia Pio La Torre, Rete No-Name, Il Pane e Le Rose e il Gruppo dello Zuccherificio. Di Calogero, Mario, Franco, Salvatore, Totò, Bernardo. Di Mario, superstite alla strage di Portella della Ginestra e dei ragazzi di AdEst.
 
Il pomeriggio va avanti con la presentazione dei seminari di approfondimento che seguiranno: le criticità del nuovo codice antimafia e delle misure di prevenzione. Sfilano il quasi compaesano Piergiorgio Morosini (gup di Palermo), Francesco Menditto(procuratore di Lanciano), Ivan Cicconi (Osservatorio Itaca) e tanti altri. Sono di Morosini le parole più cariche d'accusa verso la politica, accuse di aver creato una strategia comunicativa distorta basata su proclami e dichiarazioni d'effetto (la famosa "antimafia dei fatti". Come se tutto il resto fossero chiacchere o perdite di tempo)
 
Il seminario che ho scelto - ovviamente sequestri, confische e destinazione dei beni confiscati - mi è fondamentale per chiudere il quadro della questione, farmi un'idea sulle prospettive giuridiche che verranno introdotte a breve (checchè ne dicano i detrattori, il diritto è una scienza aperta e corruttibile: stolto chi crede di poterlo condannare come scienza perfetta). Temi tecnici illustrati in maniera eccellente dai magistrati Merola e Balsamo.
 
Segue la chiusura della prima serata con l'assemblea plenaria: vi sono le parole - e accuse - sferzanti di Claudio Fava, Giancarlo Caselli e Francesco Forgione. Il codice antimafia non basta e può essere un passo indietro alla lotta alle mafie. Non è possibile che il 50% dei beni confiscati sia gravato da ipoteca bancaria e che occorrano anni e mai abbastanza fondi per poter riutilizzare un bene appartenuto a mafioso e dunque di proprietà dei cittadini. 
La política deve riprendere in mano la situazione e aiutare a snellire e non aggravare la procedura di rassegnazione. Anche perché, prendendo in prestito le parole di Franco La Torre (figlio di Pio La Torre) "Se la politica non si occupa della mafia, sarà la mafia ad occuparsi della politica"
 
E' una serata forte, ma non tutti si accorgono che, mentre Claudio Fava prende la parola, nella sala è arrivato Pino Maniaci, armato di baffi e telecamera. Ed è un momento particolare, perché Pino riprende la platea e in quel momento si trovano in tre uno a fianco dell'altro, Don Ciotti, Pino e Antonio Ingroia, anch'egli appena giunto in previsione della giornata seguente.
 
Però è vero: non c'è solo l'antimafia dei fatti, ma ci regaliamo una pausa e qualche risata, complice l'entrata in scena del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nelle vesti diNando Dalla Chiesa, docente di criminalità organizzata e Milano, scrittore, giornalista e gran burlone.
 
E non fai in tempo a raggiungere l'ostello (per altro rimediato all'ultimo, doni del famoso filo lungo) che prima di addormentarti in stanza con altri due ragazzi conosciuti pochi minuti prima scopri che uno di questi ha partecipato ad un campo di Liberarci dalle spine, proprio l'anno scorso. E via a ricordare facce, luoghi, pareti e vie di Corleone…
 
E' impossibile non tornare a casa senza un bagaglio importante di informazioni, voglia di fare e di costruire, di conoscere ancora e far conoscere, ma soprattutto di nuove facce e persone lungo la strada.
Per quanto mi riguarda, mi terrò stretto l'immagine di quei tre che si incontrano a metà sala. 
Partire, ripartire da qui.
 
Patrick Wild
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Intervista all'ex sindaco di Corleone Pippo Cipriani

Intervista all'ex sindaco di Corleone Pippo Cipriani

RIMINI. Politica, criminalità organizzata, infiltrazioni mafiose nei più svariati contesti. Gli intrecci tra queste realtà, che ormai non si possono più considerare compartimenti stagni, non hanno più confini e se ne avessero, sarebbero talmente fragili da essere rimessi in discussione ogni volta in base alle esigenze dei malavitosi ai danni della moltissima gente che con le mafie con c'entra nulla. In mezzo a questo buio pesto, nel quale la giustizia viene soffocata ed uccisa quotidianamente, esistono dei personaggi in grado di fungere da lampade per indicare dei sani percorsi di legalità. Uno di questi è stato recentemente a Rimini, ospite dell'evento intitolato “...ma l'antimafia non va in vacanza, organizzato nel cotesto della “Festa della Brace” grazie alla collaborazione tra il Gruppo Antimafia Pio La Torre e l'associazione “Una goccia per il mondo”. Si tratta di Pippo Cipriani, Sindaco di Corleone dal 1993 al 2001 e figura di primo piano nella lotta alla mafia. Durante i suoi mandati firmò le confische dei beni di Totò Riina per il loro riutilizzo a fini sociali.
 
Signor Cipriani, com'è iniziata la sua avventura in politica ?
“E' cominciata con l'impegno nei movimenti ai tempi del Liceo Classico ne consiglio d'istituto,
proseguendo nel movimento sindacale, all'interno della Camera del Lavoro, e nella CGIL”.
 
Ha avuto dei profili, non solo politici, ai quali si rifaceva o che, semplicemente, ammira?
“Frequentando la Camera del lavoro avevamo come riferimenti dei sindacalisti come Placido Rizzotto e Pio La Torre. Poi Carlo Alberto Dalla Chiesa e dirigenti locali come Giuseppe Di Palermo (cognato di Rizzotto) e vice sindaco di Corleone”.
 
Quali valori l'hanno ispirata nelle sue azioni amministrative?
“Nel mio primo programma come Sindaco le direttrici erano tre: trasparenza amministrativa, diritti per i cittadini, dopo anni in cui erano stati calpestati, e lotta alla mafia anche a livello culturale”.
 
Quali, invece, le maggiori soddisfazioni che è riuscito a togliersi?
“Sicuramente mi ha fatto immenso piacere vedere Scalfaro e Ciampi, allora Presidenti della Repubblica, scendere a Corleone per ricordare le vittime della mafia. E poi, senza dubbio, l'aver riutilizzato a fini sociali i beni confiscati ai malavitosi”.
 
Quali sono stati gli ostacoli più duri che ha dovuto superare per portare avanti le sue battaglie?
“Non mi piace fare la cronistoria, però gradisco ricordare lo sforzo fatto per restituire dignità a Corleone e ai suoi abitanti. Questo per permettere loro di scrollarsi di dosso lo stereotipo di vivere in una “città di mafia””.
 
Ha mai ricevuto minacce?
“Si, dirette ed indirette: le minacce più pericolose sono spesso “consigli” più o meno amichevoli”.
 
Cosa l'ha spinta ad andare avanti? Per la serie: “Cosa gliel'ha fatto fare”?
“Ho proseguito per l'impegno che avevo assunto con la città ed il sostegno che essa mi dimostrava assieme a quello della società, delle istituzioni e dei partiti”.
 
Tre parole per descrivere la lotta alla criminalità organizzata.
“Giusta, utile, necessaria”.
 
Le regioni del Nord da qualche tempo, dopo aver fatto per anni orecchie da mercante, hanno iniziato a riconoscere la presenza di infiltrazioni della criminalità organizzata nei loro territori. Pensa che la percezione di tali infiltrazioni, da parte del Nord, sia giunta a maturazione oppure sono ancora ben lontani da coglierne appieno la portata?
“Secondo me si stenta a comprendere il fenomeno fuori dalle regioni meridionali. Infatti si deve ancora riflettere su quanto è stato fatto dalla criminalità organizzata al Nord: in questa zona ci sono ampie zone buie sapendo, tra l'altro, che le infiltrazioni ci sono da tempo. Non a caso Liggio è stato arrestato a Milano”.
 
Quali sono le leggi alle quali mettere mano, o da creare, per contrastare queste forme di criminalità organizzata?
“Le leggi ci sono mentre altre vanno applicate perché sulle misure contro il riciclaggio e sui movimenti di patrimonio ancora si fatica ad attuare le norme”.
 
La lotta alla mafia si gioca anche a livello culturale?
“La criminalità organizzata deve essere sconfitta attraverso la società civile e non solo con le indagini. La cultura della legalità (contrasti a privilegi e alle leggi ad personam, ecc...) è il viatico per sottrarre ossigeno alla mafia e per far trionfare la giustizia”.
 
In quest'ottica il binomio “scuola-legalità” è fattibile? Non è forse dai giovani (perché no, anche bambini) dai quali bisogna partire per creare nuove coscienze ai fini di gettare le basi di una nuova cultura della legalità?
“Assolutamente si. Il lavoro svolto da Rita Borsellino e “Libera” nelle scuole è fondamentale. La memoria e l'impegno civile sono centrali per sconfiggere la mafia. Il poeta siciliano Gesualdo Bufalino affermava che per vincere la mafia è meglio un esercito composta da maestri elementari piuttosto che da militari”.
 
Cosa dovrebbe fare lo Stato per cercare di spronare le persone ad uscire dalle situazioni di omertà belle quali vivono?
“Deve continuare sul fronte della repressione, aiutare chi denuncia il racket. Inoltre è essenziale la lotta al riciclaggio e all'inquinamento dei capitali praticato dai mafiosi. Poi bisogna continuare a confiscare i beni perché significa restituire ai cittadini ciò che è stato tolto loro con la forza: restituire alla comunità la casa di Riina, trasformandola in una scuola, è l'esempio migliore per i cittadini”.
 
Ufficio Stampa G.A.P
 
 
 
 
 
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