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Geopolitica dell'economia Criminale

 

 

 

 

Convinti di fare cosa gradita riportiamo qui la Lectio Magistralis del Presidente del Senato Pietro Grasso tenuta presso L'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano il 29 Settembre 2014

 


ISPI - Lectio Magistralis "Geopolitica dell'economia criminale" Milano, 29 settembre 2014 Ho accolto davvero con piacere l'invito dell'ISPI, che ringrazio, a questa bella opportunità di incontro e confronto. Io apprezzo molto il contributo che l'Istituto negli anni ha offerto agli studi geopolitici e ai temi internazionali, unendo approccio scientifico e divulgativo e rivolgendosi ad una varietà di professionisti, di funzionari pubblici, imprenditori, studenti e ricercatori. Io credo e ripeto sempre che proprio in questo momento di grave crisi, non solo economica e politica ma soprattutto etica ed identitaria del Paese, noi abbiamo bisogno di idee, riflessioni e approfondimenti da opporre agli antichi e nuovi vizi dell'autoreferenzialismo e dell'approssimazione, ed al vuoto di strategie. E penso che il vostro lavoro e queste occasioni di dialogo siano preziose proprio in questa direzione. 

 

Come sapete oggi pomeriggio ho il piacere di svolgere una relazione su un tema che mi è molto caro e che credo sia davvero di attualità per il futuro del Paese e della comunità internazionale, ma finora investigato in modo non compiuto. La tesi generale è che l'economia riconducibile alla criminalità (e più in genere derivante dall'illecito) influenzi gli equilibri mondiali, non solo economici, ma anche di sicurezza e geopolitici. Nella mia passata funzione di Procuratore Nazionale Antimafia ho avuto modo di viaggiare e sottoscrivere una serie di accordi di cooperazione con decine di paesi del mondo, una sorta di "diplomazia penale", si potrebbe dire. In molti paesi ho osservato con preoccupazione il dominio da parte di poteri informali, non istituzionali: criminali ed economici. O entrambe le cose. Oggi da Presidente del Senato ho l'opportunità di viaggi istituzionali e di dialogo con esponenti di paesi di diversi quadranti regionali, e cerco di osservare con attenzione i mutamenti del sistema mondiale. E così ho maturato la convinzione che le istituzioni nazionali, europee ed internazionali potranno difendere le nostre società, le nostre democrazie, ma anche la stessa dignità umana, i diritti, la stabilità internazionale dall'aggressione del crimine organizzato transnazionale e della economia illegale colmando intanto un profondo vuoto di conoscenza, di comprensione. Da alcuni anni io propongo di guardare con occhi geopolitici, con gli strumenti concettuali della geopolitica, alla criminalità organizzata transnazionale, e all'economia generata dall'area più vasta dell'illecito (in cui rientrano anche corruzione, sommerso, evasione e i fenomeni di riciclaggio collegati). I legami fra le vere mafie e le altre organizzazioni criminali transnazionali con altri soggetti detentori di varie posizioni di potere internazionale hanno la natura di relazioni transnazionali strettamente legate ai principali fattori della geopolitica: geografia, clima, sistemi politici e istituzionali, religione, etnia, demografia, cultura, alleanze, conflitti, economia, comunicazioni, trasporti, informazione. Le mafie si lasciano guidare nella ricerca del profitto dai fattori geopolitici, servendosi ai propri fini di mutamenti e tendenze; e allo stesso tempo agiscono da attori geopolitici producendo in via diretta o indiretta processi di natura geopolitica. Le mafie così possono determinare o risolvere conflitti, controllare territori, fare e disfare alleanze, ridisegnare confini, tenere in vita o soffocare intere economie o istituzioni politiche di interi Stati. 

Il grande tema politico che determina diffusa debolezza dell'azione dei poteri istituzionali risiede nella pretesa dei governi di risolvere da soli e comunque alle proprie condizioni questioni soltanto che un'azione congiunta permette di affrontare con efficacia. La criminalità organizzata, il terrorismo, il crimine economico transnazionale presuppongono in altri termini delle vere relazioni internazionali che, a differenza di quasi tutte le altre, non sono controllabili da singole potenze, appartengono ai domini geopolitici del caos. Così da una parte gli Stati sono tenuti al rispetto di forme legali, rallentati da meccanismi farraginosi e faticano a cooperare fra loro, in una assurda ridda di frontiere giuridiche, approcci diversi, blocchi geopolitici. Mentre le politiche delle organizzazioni criminali transnazionali nelle scelte di merci, mercati, rotte, investimento dei profitti sono favorite da vantaggi competitivi straordinari: la capacità di accedere ed elaborare informazioni e notizie riservate, rapidissimi meccanismi decisionali; disponibilità di sistemi di attuazione ed esecuzione garantiti da sanzioni efficaci e inappellabili, e di una vastissima rete di collaborazione internazionale che pragmaticamente prescinde da schemi nazionalistici, etnici e politici. 

Le organizzazioni criminali, particolarmente quelle riconducibili al modello mafioso (quelle capaci di infiltrarsi nei gangli del potere), dispongono di un rilevante capitale di potere geopolitico. La forza militare, ovvero la capacità di dominare e difendere il territorio dai competitori e dalle stesse istituzioni detentrici del potere formale. Il potere normativo, esercitato dotandosi di regole che valgono sia nei confronti dei membri dell’organizzazione, sia degli estranei che a vario titolo possono interferire con l’interesse mafioso. Il potere giurisdizionale, ovvero la facoltà di giudicare e sanzionare in modo efficace, rapido e inappellabile le violazioni delle regole ad opera di associati ed estranei. Il potere economico, in termini di risorse umane e capitali liquidi; e di penetrazione nel tessuto produttivo, favorita dal vantaggio di poter operare anche sottocosto o in perdita e da posizioni oligopolistiche o monopolistiche conquistate con l’intimidazione, la manipolazione, la corruzione, la connivenza. Il potere politico, che si espleta attraverso la scelta diretta di rappresentanti, cioè di persone che sono "a disposizione" dell’organizzazione e tramite altre relazioni di varia intensità che inquinano le istituzioni politiche e amministrative per condizionarle, indirizzare risorse finanziarie e scelte discrezionali in direzione dell’interesse mafioso, piuttosto che del bene pubblico. Le vere mafie possono poi contare su una forma immateriale di potere: il prestigio sociale e culturale, il consenso conquistato tramite la dipendenza economica dall’organizzazione mafiosa degli abitanti dei territori democraticamente ed economicamente fragili e trascurati dalle istituzioni e la proposta di attraenti modelli di successo economico e sociale, fatalmente temporanei e illusori. 

Fra i fattori geopolitici quelli economici hanno rilievo preponderante per le organizzazioni criminali transnazionali perché è comune ad ognuna di esse il perseguimento del profitto, che ne garantisce anche il futuro. Naturalmente in alcune organizzazioni, come quelle mafiose, si aggiunge anche la gestione del potere mentre in altre è determinante il fine ideologico, terroristico o eversivo. L'interesse delle organizzazioni criminali riguarda principalmente tre variabili economiche: l'andamento dei mercati di beni e servizi leciti ed illeciti; le vicende riguardanti rotte e modalità di trasferimento di beni e di persone: queste, infatti, sono voci di costo d’impresa e dipendono da fattori naturali, vie di comunicazione e di trasporto, e fattori umani, efficienza della repressione e prezzo della corruzione dei sistemi istituzionali di controllo; le tendenze dei mercati e degli strumenti per riciclare e per investire i proventi illeciti. 

La recessione economica che prosegue da diversi anni rappresenta per le mafie occasione di consolidamento e arricchimento. Com'è ormai ben noto l’ampia disponibilità di liquidità nell’aggravarsi della stretta creditizia per le imprese e le famiglie determina l’espansione del prestito usurario che incide particolarmente sulle piccole e piccolissime imprese che sono per l'economia italiana una base molto importante. E molte di queste finiscono per essere acquisite dall’usuraio, molto spesso emissario o prestanome dell’associazione mafiosa. Alla crisi economica si accompagna invariabilmente un incremento esponenziale degli investimenti mafiosi nell’economia legale che impiegano capitali illeciti in mercati tradizionali e nuovi. I dati dei fallimenti e delle cessazioni di attività imprenditoriali degli ultimi anni descrivono un dramma epocale che permette ai detentori di ricchezze mafiose o comunque illecite di inquinare irrimediabilmente il sistema economico. I risultati sono devastanti. Si accentua la penetrazione criminale nel tessuto economico del paese; si incrementa la dipendenza e la lealtà alle mafie dei territori più fragili; si legittima l’ingresso nei circuiti legali e il riciclaggio di capitali che inquinano il sistema finanziario, drogandolo. L’impresa mafiosa produce altra crisi perché danneggia la competitività e i mercati attraverso la concorrenza sleale con le imprese legittime. Può permettersi di condurre l’attività anche sottocosto o in perdita, utilizzando risorse a costo zero perché provento di reati; non ha bisogno di ricorrere al sistema creditizio ufficiale; attraverso l’intimidazione il metodo mafioso beneficia di oligopoli e monopoli a livello locale; sopprime la conflittualità sindacale nelle aziende; elimina i costi derivanti dalle norme contrattuali, previdenziali ed antinfortunistiche a tutela dei lavoratori. 

Questo rapporto fra mafie ed economia è l’evoluzione di un legame genetico e strutturale delle mafie italiane con le realtà produttive che inizia con il meccanismo di protezione ed estorsione. La più recente globalizzazione dei mercati finanziari mutato profondamente le strategie economiche mafiose ma la comunità internazionale non vi ha opposto adeguate azioni comuni. In Italia abbiamo imparato prima di altri, fu Giovanni Falcone ad intuirlo per primo, che la lotta alle mafie transnazionali si gioca aggredendo i patrimoni illeciti, con la confisca e la prevenzione e repressione del riciclaggio. Ma è proprio su questo tema che la cooperazione fra gli Stati incontra le maggiori difficoltà. Il dominio economico è da sempre tradizionale materia di gelosa pertinenza delle istituzioni sovrane, e la cooperazione internazionale resta molto insoddisfacente. Paradisi bancari, che proteggono l'identità dei titolari delle ricchezze, si trovano anche nel fragile sistema finanziario europeo che è divenuto il fulcro del riciclaggio. Al tempo stesso enormi capitali in euro sono trasferiti in contanti dall’Europa in America. Rintracciare, identificare, riconoscere il denaro delle mafie e quello derivante dall'economia sommersa ripulito da decine di transazioni è la sfida del nuovo millennio. Un'economia che è difficile quantificare, io non sono appassionato di stime, ma che vale diversi punti percentuali (forse fino a dieci) del PIL mondiale.

Tornando adesso al mio nuovo ruolo di politico e di Presidente del Senato vorrei ricordare che nel mio primo ed unico giorno da semplice senatore (il secondo giorno sono stato eletto Presidente del Senato) ho presentato un disegno di legge proprio in materia di corruzione, di criminalità economica, di falso in bilancio e voto di scambio. Temi che le politiche pubbliche hanno affrontato sempre a fasi alterne. E mai strategicamente. Ho assistito a molti interventi normativi e organizzativi nati sull’onda di eccidi e arresti, sulla scia di dolori collettivi o di scandali. Ma le tensioni si sono poi allentate, sciolte, e tutto è scivolato di nuovo indietro, verso il passato. In Italia così è rimasto troppo a lungo incompreso, negletto il nesso devastante fra mafie, economia sommersa, evasione, ineguaglianze sociali, lavoro nero, inefficienza della pubblica amministrazione, corruzione, deriva etica della vita pubblica. 

Ormai da mesi sulle riforme penali registro una difficoltà politica di giungere a soluzioni che siano equilibrate e condivise soprattutto in materia di auto-riciclaggio e di falso in bilancio. Questi interventi, lo ripeto, sono indifferibili. Senza entrare nello specifico del dibattito tecnico (d'altronde io il mio punto di vista l'ho espresso con il disegno di legge di cui sono il primo firmatario), a me pare che ci sia una strada per contemperare le esigenze di rafforzare le difese sociali contro l'economia criminale e di non aggravare oltre misura il rischio penale per gli imprenditori. Si potrebbe mantenere una strutturazione delle fattispecie incriminatrici che sia rigorosa e completa com'è necessario, prevedendo però dei casi di speciale tenuità che siano puniti solo con pena pecuniaria, mantenendo le misure patrimoniali di confisca, e prevedendo poi misure inibitorie come la decadenza e la revoca delle concessioni e delle autorizzazioni, il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, l'interdizione dai pubblici uffici. Esorto le parti politiche a farsi carico di affrontare con urgenza e responsabilità questo nodo che determina un'altra insostenibile zavorra del nostro sistema economico. 

Mi avvio a chiudere. L'Italia oggi è vulnerabile, è insicura. Penso alle gravi tensioni geopolitiche ai confini orientali e meridionali, che costano al Paese decine di miliardi in termini di mancato export e di maggiori costi. Penso al continuo crescere delle diseguaglianze, che alterano la coesione sociale e svuotano la democrazia dall'interno. Penso alla crisi del lavoro, che consegna un'intera generazione all'incertezza e alla marginalità, penso alla caduta del PIL, alla riduzione della domanda e dei prezzi. Una situazione che impone un quadro politico stabile e inclusivo che consenta di adottare e soprattutto di attuare le riforme più urgenti per fare ripartire il Paese: mercato del lavoro, pubblica amministrazione, giustizia civile. Un equilibrio politico che permetta di operare serie e solide riduzioni della spesa pubblica e rilanciare credito, investimenti, domanda. La riforma economica richiede la volontà, il coraggio di cogliere la crisi come una sfida di rinnovamento delle dinamiche e dei rapporti produttivi, per promuovere la crescita. Nelle prossime settimane, già da domani, il Senato dovrà occuparsi di riforme strutturali di grande importanza: lavoro, P.A., legge elettorale. Il mio auspicio è che non ritorni su questi temi così vitali quel clima di chiusura reciproca alle ragioni altrui che ha segnato in estate la discussione della riforma costituzionale e che si riesca ad improntare il confronto democratico a quel senso di drammatica urgenza e di responsabilità di cui ha bisogno il Paese. Io vorrei davvero che le forze politiche comprendano la necessità di una trasformazione profonda, culturale nella gestione della cosa pubblica. Dobbiamo sapere ascoltare con attenzione la voce dell'economia reale e adottare quei modelli di efficienza e professionalità che produce il settore privato più competitivo. Dobbiamo imparare a curare e verificare l'attuazione delle riforme che il Parlamento approva: una riforma non si conclude con il voto delle Camere, tantomeno quando viene solo prospettata. L'Italia deve tornare a sognare. La politica deve tornare ad animare spinte ideologiche, soprattutto fra i più giovani: deve ispirare, deve plasmare, deve realizzare progetti strategici per il futuro. Deve pensare in termini geopolitici definendo l'interesse nazionale ed immaginando la posizione del Paese nel mondo. Solo così la politica potrà sanare il vuoto profondo che la separa dai cittadini che è vuoto di comprensione, di rappresentatività e di legittimazione etica. E questo, vi assicuro, io considero il mio più importante impegno. 

Grazie.

 

 

 

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