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In Emilia-Romagna mafie favorite dal comportamento delle istituzioni locali

 

La Direzione Nazionale Antimafia sulla mafia in Emilia - Romagna

 (Bologna: la Direzione Nazionale Antimafia la descrive come centro di numerose attività criminali, Cosa Nostra compresa)

 

di Patrick Wild

E' stata presentata ieri alla Biblioteca del Senato, dal Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti e dalla Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi, l'ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia, quella cioè relativa al periodo 1 luglio 2013 – 30 giugno 2014. Nella parte dedicata al distretto di Bologna, benché sia stata portata alla luce da poche settimana, si finisce inevitabilmente per parlare dei primi risultati della maxi-indagine "Aemilia", con cui a fine gennaio scorso sono finiti in carcere più di 100 persone (oltre 200 gli indagati), molte delle quali con l'accusa di associazione di stampo mafioso. Parole durissime arrivano dalla penna di Roberto Pennisi, il magistrato che in questi mesi ha lavorato fianco a fianco ai Pubblici Ministeri della DDA felsinea nella stessa indagine. Poche righe, ma sufficienti a demolire ogni residua convinzione circa l'integrità del "modello Emilia-Romagna", della buona amministrazione e dei propri cittadini. A parlare sono proprio le carte di "Aemilia".

 

L’imponente attività di indagine durata oltre due anni, e che ha visto anche la applicazione di un magistrato di questa Direzione Nazionale, ha consentito di accertare la esistenza di un potere criminale di matrice ‘ndranghetista, la cui espansione si è appurato andare al di là di ogni pessimistica previsione, con coinvolgimenti di apparati politici, economici ed istituzionali. A tal livello che oggi, quella che una volta era orgogliosamente indicata come una Regione costituente modello di sana amministrazione ed invidiata per l’elevato livello medio di vita dei suoi abitanti, oggi può ben definirsi “Terra di mafia” nel senso pieno della espressione, essendosi verificato quel triste fenomeno cui si era accennato nella relazione dello scorso anno, quando si era scritto di una “ infiltrazione che ha riguardato, più che il territorio in quanto tale con una occupazione “militare”, i cittadini e le loro menti; con un condizionamento, quindi, ancor più grave”. [...]

 

Prosegue la Relazione:

 

[...] Ed ulteriormente grave è da ritenersi il fatto che tale realtà non si è creata come effetto di un “contagio” delle terre emiliane dovuto alla presenza della ‘ndrangheta negli altri territori dell’Italia settentrionale, in cui importanti indagini pregresse hanno svelato l’esistenza di quel tipo di delinquenza organizzata (leggasi buona parte della Lombardia, Piemonte e Liguria); bensì per ragioni ed in forza di dinamiche criminali distinte rispetto a quelle che hanno riguardato quei territori e proprie della Regione stessa. Sicché in Emilia la ‘ndrangheta parla l’accento della zona di Crotone che si fonde con quello locale, ed è specificamente riferibile, almeno per quanto è stato accertato attraverso la citata indagine, al potente sodalizio mafioso di Cutro facente capo a GRANDE ARACRI Nicolino. [...]

 

 

 

Il Procuratore Nazionale Antimafia Roberti durante la conferenza dell'operazione Aemilia

(Il Procuratore Nazionale Roberti e il Procuratore Capo di Bologna Alfonso, durante la conferenza stampa dell'operazione "Aemilia")



E qui giunge, puntuale, la precisazione di Pennisi. Fondamentale per sgombrare il campo da possibili equivoci e dalle solite giustificazioni da parte di chi, ad ogni operazione antimafia, intravede solo ed esclusivamente la responsabilità di "immigrati" trapiantati in un tessuto sano (probabilmente scordando le dotte parole di Giovanni Falcone), ritenendo al contempo immacolata l'integrità morale della popolazione autoctona.

 

[...] In altre parole, non più una sorta di bubbone innestato nel territorio, liquidabile con la espressione “cose di calabresi”, bensì una vera e propria permeazione dello stesso da parte del crimine cutrese, un autentico disastro ambientale criminale, nel cui ambito i veleni della malavita organizzata calabrese hanno raggiunto i gangli vitali della economia, della politica e di alcune istituzioni. Non meraviglierà, pertanto, quando si leggeranno i documenti relativi alla indagine, vedere importanti realtà imprenditoriali essere tributarie della mafia calabrese, dei cui benefit si avvantaggiano; importanti esponenti politici interagire, in qualche caso sino ai massimi livelli di compromissione, coi mafiosi; uomini delle istituzioni (leggasi appartenenti alle forze di polizia) vendersi a quelli della ‘ndrina. E questa, ancora, in qualche caso impadronirsi, in qualche altro intervenire pesantemente sugli organi di informazione. In due parole, si avrà contezza del fatto che in Emilia c’è “la mafia”. Quindi, la associazione mafiosa, con tutta la corte di delitti che di regola la accompagnano: estorsioni, usura, riciclaggio, fatturazioni per operazioni inesistenti, corruzioni, traffici di droga e di rifiuti, interferenze nelle consultazioni elettorali, danneggiamenti, incendi, ecc. Il tutto posto in essere in maniera moderna, senza indulgere a pericolose (per la associazione) condotte disvelatrici della esistenza del sodalizio, quali riti, cerimonie di affiliazione, creazione di strutture locali, tipiche della colonizzazione attuata dalla ‘ndrangheta di matrice reggina in parte della Lombardia, Piemonte e Liguria.

 

L’imponenza dell’intervento repressivo predisposto, specie se seguito da un sollecito accesso alle fasi successive del procedimento, potrà certamente servire a porre un freno alla drammaticità della situazione, ma non certo a risanare i danni cagionati al tessuto sociale dal contatto col sistema mafioso, per la cui guarigione, prevedibilmente lenta, sarà necessaria una massiccia terapia a base di legalità. [...]

 

 

Operazione_Aemilia

 

Sarebbe sufficiente quanto scritto finora da Pennisi per tracciare un quadro desolante dell'attuale situazione in questa regione. Ma il magistrato della Direzione Nazionale Antimafia non rinuncia a tirare egli stesso le fila del discorso, non prima però di avere ricordato le principali indagini in corso in tutta la regione (tra cui Vulcano e Black Monkey) su camorra, 'ndrangheta, Cosa nostra (in particolar modo per quel che riguarda l'area di Bologna) e mafie c.d. "straniere".

 

[...] Appare evidente alla luce di quanto sopra, ciò che si annotava in premessa circa la invasione del territorio del Distretto da parte delle mafie nazionali di vario genere. Segnale gravissimo, questo, della degenerazione del tessuto economico-imprenditoriale, con inevitabili ricadute anche a livello occupazionale, non tanto dal punto di vista quantitativo, ma qualitativo. Ovverosia con la alterazione del mercato dell’occupazione, nel cui ambito si consumano specifici reati in tema di violazione delle norme che disciplinano l’avviamento al lavoro, costituenti classico portato della diffusione delle metodologie mafiose nel citato mercato. Le quali, quindi, inficiano anche le dinamiche sindacali che vedono diminuita, se non neutralizzata, la loro vitalità. La mafia, in altre parole, ha inquinato tutti gli ingranaggi della macchina della produzione. Ed il tutto favorito dal comportamento delle istituzioni locali i cui organismi rappresentativi sono alacremente impegnati nella consumazione dei reati di loro pertinenza ai danni della cosa pubblica, fornendo un esempio che di per se stesso e solo offre il destro al verificarsi di quei disastrosi inserimenti della mafia. E ciò spiega anche il comportamento dei cittadini in occasioni di competizioni elettorali, i quali preferiscono astenersi dal voto, piuttosto che vederlo utilizzato da politici corrotti o che adottano scelte amministrative che di fatto avvantaggiano i sodalizi mafiosi o le imprese dai predetti inquinate o con essi scese a patti.

 

L'analisi della DNA termina, lasciando infine da parte gli aspetti prettamente criminali delle organizzazioni mafiose, e rivolgendosi, senza pietas alcuna (ma facendo parlare gli atti di indagine), a quella classe politica che in un territorio fortemente a rischio, anziché rifiutare le logiche mafiose, ha preferito venire a patti con queste, depredare la cosa pubblica, coltivare interessi del tutto personali. Non vengono fatti nomi, ma ognuno può trarne da sè le proprie conclusioni (giusto qualche giorno fa il consigliere di Forza italia Gianluca Pagliani è stato scarcerato dal Tribunale del Riesame ed è tornato a sedersi tra i banchi del consiglio comunale, seppur ancora indagato per concorso esterno in associazione di stampo mafioso. Il riferimento, ovviamente, non è solo a quella parte politica, anzi). Neanche a farlo apposta, il 21 marzo prossimo proprio a Bologna si celebrerà la giornata delle vittime innocenti di mafia, promossa da Libera (associazioni, nomi e numeri contro la mafia) e Avviso Pubblico. Mai come ora diventa fondamentale cominciare davvero a farli questi nomi, spezzare le complicità, denunciare le scomode relazioni tra pubbliche amministrazioni e certi potentati economici (qualcuno ha notato il continuo richiamo a Unieco, Coopsette e CMC nell'Ordinanza Aemilia?). Per non fare diventare la lotta alla mafia una facile etichetta che si piega a seconda dei propri interessi e delle proprie convenienze Chi tace non è migliore di quegli omertosi che pubblicamente disprezza: è complice. 

 

Patrick Wild

 

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