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Mafie in Emilia-Romagna: relazione semestrale della DIA

Categoria: Emilia Romagna
Pubblicato Lunedì, 16 Luglio 2012 11:12
Scritto da Super User
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Mafie in Emilia-Romagna: relazione semestrale della DIA

 

Da un paio di giorni è uscita la relazione semestrale della Dia - direzione investigativa antimafia - inerente al secondo semestre del 2011 (da Luglio a Dicembre, tanto per intenderci. Per chi fosse interessato a consultarla, può farlo liberamente QUI).

Tralasciando le considerazioni generali sullo stato di salute attuale delle organizzazioni di stampo mafioso a livello nazionale, ciò che ci interessa evidenziare rimane il livello di infiltrazione e radicamento raggiunto da tali organizzazioni sul territorio regionale e ancor più in particolare nel riminese, cioè dove abitiamo. Non tanto per mancanza di voglia o di tempo, quanto piuttosto per affrontare l'analisi nei giusti termini, da una parte senza il classico silenzio di alcuni ben noti ambienti locali, dall'altra cercando di non ricorrere ai toni eufemistici di alcuni giornali locali, agenzie o chi sappiamo noi. Ma di questo parleremo alla fine.
Ebbene, andando a leggere qualche dato riguardante la nostra regione, cosa si legge?

Emerge innanzitutto come i reati denunciati per l'art. 416 bis (associazione a delinquere di stampo mafioso) nella nostra regione siano sensibilmente impercettibili rispetto alle altre regioni, non solo del Sud ma anche e soprattutto del Centro-Nord.
Andando a vedere i cosiddetti reati-spia, si scopre che l'Emilia Romagna presenta addirittura più attentati denunciati della Sicilia (9 vs 7), per quanto il primato assoluto spetti alla Lombardia (34), seguita da Puglia e Campania.

Per quanto riguarda i danneggiamenti seguiti da incendio e le estorsioni, reato tipicamente mafioso, in Emilia Romagna vi sono state rispettivamente 221 e 128 denunce (maggiori di quelle presentate in Calabria per la stessa fattispecie).
Volendo tirare già da ora le somme, letteralmente, bisogna fare attenzione a non dare a questi dati una veste che non hanno. Infatti, se in Emilia Romagna le denunce per 416 bis sono pressoché nulla, significa forse che qui la mafia non esiste? No. Tanto più che nella nostra regione anche le condanne definitive, in appello e in primo grado per associazione di stampo mafioso rasentano lo zero assoluto (tra l'altro l'unica sentenza confermata in via definitiva per 416 bis riguarda proprio Rimini, guarda un po'!). Ciò non toglie che al di là dell'accertamento in sede giudiziaria con tale qualifica, la presenza delle mafie nella nostra regione è fatto certo e ben datato. Dimostrare in sede giudiziaria tutti i requisiti della fattispecie giuridica di cui al 416 bis è difficilissimo e richiede un lavoro abnorme di indagini, mezzi, uomini (e anche una discreta dose di fortuna). Non è inusuale dunque che buona parte dei processi di mafia rechino l'imputazione di associazione a delinquere semplice o finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, o ancora nella migliore delle ipotesi la cosiddetta aggravante mafiosa (il famoso art. 7 della legge 203/91) nel metodo utilizzato.

Un discorso analogo può valere per i reati-spia. Sicuramente i dati raccolti e comparati con altre realtà geografiche (quelle meridionali in primis) dovrebbero far riflettere seriamente sulle dimensioni del fenomeno. Si deve però tenere conto che per alcuni di questi reati, tra cui le estorsioni, questi dati non riproducono con esattezza la realtà del fenomeno, dal momento che proprio il tipo di reato specifico presuppone l'esistenza di altrettanti (quanti? Boh!) reati analoghi non denunciati e rimasti appunto numeri oscuri e non perseguiti, pertanto non rilevabili. Questo accade in termini maggiori in località dove la pressione mafiosa è tale da generare omertà e paura di denunciare (e non per forza nelle aree tradizionalmente mafiose, basti pensare a quanto accaduto con l'Operazione Vulcano a Rimini).

Vediamo un po' cosa accade nei fatti sul territorio.

A Ferrara un'impresa collegata agli esponenti delle famiglie mafiose di Partinico e San Giuseppe Jato è stata oggetto di interdittiva antimafia l'8 Luglio 2011 perché sono emersi elementi tali da sospettare infiltrazione nel settore degli appalti pubblici.
La 'ndrangheta si conferma forte in Emilia, dove mostra una consolidata presenza in special modo a Reggio Emilia (edilizia, estorsioni), Modena (movimento terra, traffico di stupefacenti) e Bologna (traffico di stupefacenti). Alcune delle vicende di Bologna si intrecciano a quelle tra San Marino e Rimini, come dimostrano le operazioni Decollo Money e Decollo ter sul riciclaggio di denaro sporco proveniente dal narcotraffico internazionale di Barbieri (finito ammazzato in Calabria) e Ventrici.
A Rimini nel Novembre scorso ad un pregiudicato campano vicino alla cosca 'ndranghetista degli Ursini sono stati confiscati in via preventiva degli immobili. La Dia comprensibilmente non fa il nome, noi invece sì: è Vincenzo Franco, storico pregiudicato campano coinvolto in fatti di droga nel riminese, nonché nelle estorsioni (ai danni dell'imprenditore Marco Cit) e vicino a Saverio Masellis, il "re delle bische" della riviera romagnola fino a un lustro fa.
Presenza evidente è anche quella della camorra: in Emilia dove ormai è stabile da "anta" anni con Casalesi (Bidognetti e Schiavone) e altre compagini in praticamente tutte le attività criminali possibili.
Dalle nostri parti la Dia segnala l'operazione Staffa, legata all' attività di contrasto nei confronti del sistema di riciclaggio di denaro proveniente dalle attività illecite del clan Stolder. Tale attività di riciclaggio avveniva grazie alla complicità dell'altro clan campano operante nel riminese, i Vallefuoco (vicini ai Casalesi) e a una rete di professionisti e finanziarie sammarinesi.

Sempre di riciclaggio si interessava il clan campano D'Alessandro, questa volta mediante l'utilizzo di agenzie di scommesse situate a Rimini. Al gioco d'azzardo, del resto, non rinuncia proprio nessuno.
Non si contano, infine, le attività nel quale sono coinvolte le cosiddette mafie straniere. Prostituzione (tra Rimini e Ravenna c'è addirittura la fila), traffico e spaccio di stupefacenti, estorsioni, truffe.

Bene, questa è la fotografia della presenza mafiosa in Emilia-Romagna.
Peccato che presentarla come attuale sarebbe sbagliato. Se come è ovvio che sia, l'analisi della Dia (come quelle della Direzione nazionale antimafia) corrisponde alla situazione rilevata sei mesi fa, non è accettabile che una certa stampa offra articoli dai toni e titoli sensazionalistici:  "c'è la mafia al Nord: lo dice la Dia". Anche perché - e questo è il punto della questione - per quanto ben articolata e completa, la relazione della Dia non fa che riassumere quanto è già uscito a suo tempo sugli stessi giornali (come si è capito, non si tratta di una critica mossa alla Dia, che ringraziamo per il lavoro svolto e a cui auguriamo buon lavoro anche con la nuova sede di Bologna).
Se, tuttavia, tale atteggiamento e sensazionalismo sia in un certo giustificabile ai fini di suscitare curiosità e attenzione mediatica, lo stesso non si può dire di certi dossier tematici, il cui scopo dovrebbe essere quello di informare e fornire una dimensione reale e temporale esatta al fenomeno, specie se questi dossier provengono addirittura da un'area istituzionale. Non si capisce, infatti, perché sfogliandone le pagine si continua a leggere che il gioco d'azzardo sulla riviera romagnola è controllato dai clan crotonesi della 'ndrangheta, quando tale organizzazione (quella di Saverio Masellis) è stata smantellata nel 2005 e già nel 2009 è arrivata la prima condanna all'ergastolo in via definitiva. Curioso che stessa figura barbina la fanno a fine 2010 i conduttori della trasmissione televisiva sammarinese Indaco (alla quale siamo stati invitati pure noi), raccogliendo perfino lo stupore del procuratore capo di Rimini Paolo Giovagnoli.

Mancano pochi giorni alla commemorazione del ventennale della scomparsa del giudice Paolo Borsellino e degli uomini della scorta, ma ancora sopravvive un certo atteggiamento di rifiuto ad affrontare il tema con la dovuta serietà e nonostante l'ampia disponibilità di strumenti economici. Noi che questi mezzi non li abbiamo, ma abbiamo la passione che ci spinge a studiare ed informare puntualmente i nostri concittadini su quanto osserviamo. Chi ha il pane non ha i denti, si dice.
Cerchiamo di fornire un'adeguata chiave di lettura al fenomeno e lo facciamo anche per noi stessi, perché pensare di avere le risposte in tasca e smettere di domandare e di informarsi sarebbe un errore madornale. Come diceva Antonio Gramsci, "studiate perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza".

Patrick Wild

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